Due milioni affondati a Quirra: il missile disperso e l’illusione del riarmo europeo

Al largo del Poligono di Quirra, in Sardegna, è andato disperso un missile Aster 30 da due milioni di euro, ancora carico. Non è un frammento, non è un residuo inoffensivo: è un ordigno intero, attivo, che giace in fondo al mare o vaga nei fondali, come se fosse un giocattolo dimenticato dopo una giornata di guerra simulata. E invece è l’ultima (ma non certo l’unica) dimostrazione della pericolosa deriva che sta prendendo la corsa agli armamenti in Europa. Il missile, testato durante esercitazioni militari in risposta a un ipotetico attacco straniero, fa parte del programma di riarmo europeo. Un progetto che, tra proclami di difesa comune e cooperazione strategica, sta rapidamente diventando una macchina mangiasoldi opaca, tecnocratica, e profondamente scollegata dai bisogni reali dei cittadini europei. L’Ordinanza della Guardia Costiera, che segnala la presenza del missile e vieta la navigazione e la pesca nella zona, non è solo un atto precauzionale: è il segno tangibile di una contraddizione scandalosa. Spendiamo miliardi in armamenti di precisione per poi perderli in mare come se fossero bottiglie alla deriva. Il tutto nella più totale assenza di dibattito pubblico, trasparenza, o assunzione di responsabilità politica. Mentre in tutta Europa aumentano le disuguaglianze, mancano fondi per la sanità, l’istruzione e la riconversione ecologica, il sistema difensivo europeo butta milioni nelle onde, letteralmente. E la Sardegna, come sempre, ne paga il prezzo ambientale, sociale e simbolico: terra colonizzata militarmente, campo di prova per i conflitti altrui, pattumiera armata del continente. Cosa sarebbe successo se il missile fosse esploso? Chi si assume la responsabilità del disastro evitato per caso? E soprattutto: quanto ci costa ancora la follia del riarmo, in nome di una sicurezza che non protegge ma militarizza? Il caso dell’Aster 30 disperso non è un incidente: è una metafora perfetta del fallimento di una politica che preferisce l’esibizione della forza alla costruzione della pace. E intanto il mare sardo, che dovrebbe essere culla di vita, viene trasformato in deposito di morte ad alta tecnologia.

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