Il mondo non ci somiglia: appunti di geopolitica umana

Non c’è nulla di più occidentale dell’idea che l’umanità intera aneli a diventare come noi. È una convinzione radicata, talmente profonda da sembrare naturale. Ma naturale non è. È frutto di secoli di egemonia culturale, di imperi che prima imponevano la croce e poi la bandiera dei diritti umani universali. Siamo passati dal «fardello dell’uomo bianco» al premio Nobel per la pace, sempre autoconferito, come se il mondo fosse una grande aula scolastica in cui noi distribuiamo voti di libertà e civiltà.

Il nostro sistema di istruzione ci insegna che la democrazia è il compimento ultimo dell’evoluzione umana. Come se fosse una legge biologica, come se gli altri popoli stessero lì, in attesa di liberarsi dal male per replicare il nostro modello. Pensiamo che se un iraniano, un russo o un cinese potesse scegliere liberamente, ricreerebbe una piccola Venezia o un cantone svizzero in miniatura. Invece, la realtà è profondamente ostile a questa semplificazione.

Il nostro errore sta nel credere che l'individuo sia l'unità minima universale. Ma fuori dall’Occidente, l’individuo spesso non esiste. Esiste la collettività. In Russia, la parola svoboda (libertà) è radicata nello stesso prefisso che in molte lingue indoeuropee indica l’egoismo: sva, self, ego. Là, la libertà è vista come un atto individualista, dunque negativo. Non è il fine supremo, ma una colpa. Se non ci si scioglie nella comunità, si è traditori.

Noi, invece, compiliamo documenti solenni: i diritti umani universali, redatti a Parigi e Filadelfia, dove si afferma che la libertà è un valore assoluto, misurabile e uguale per tutti. Invece, persino l’etimologia ci smentisce: per i latini la libertas significava l’affrancamento dalla schiavitù, mentre per i russi è la preminenza dell’io sul noi.

Gli esempi si moltiplicano. Prendiamo l’Afghanistan. Chiediamo: «Cosa pensano gli afghani?» Domanda inutile, perché gli afghani non esistono. Esistono pashtun, hazara, tagiki, turcomanni. Gli afghani, come categoria identitaria, sono un’invenzione coloniale inglese. Lo stesso confine con il Pakistan è stato tracciato con una penna da sir Durand.

Eppure noi, seduti ai nostri aperitivi, crediamo che se i popoli «non oppressi» potessero, sceglierebbero Netflix e brunch domenicali. Ma non è così. I giovani iraniani non vogliono «laicità» come la intendiamo noi: vogliono il potere. Vogliono scalzare i loro padri e ricreare l’antico impero achemenide, quello che bruciò l’Acropoli.

E se osserviamo questi giovani, vediamo un’altra differenza abissale: in Iran, il 70% della popolazione ha meno di 40 anni. Sono giovani veri, non come i nostri ventenni che vivono già come sessantenni, rassicurati, cauti, minimalisti. I giovani veri fanno paura. In Iran, come in Etiopia, Vietnam o Bolivia, i giovani non vogliono «un futuro migliore» nel senso che diamo noi. Vogliono comandare. Non vogliono ereditare la casa dei genitori: vogliono prenderla.

Da noi, i giovani parlano di futuro, una categoria epistemologica degli anziani. Il giovane vero crede di essere immortale, di non avere alcuna generazione futura da preservare. Dopo di me, il diluvio.

Quando guardiamo le rivolte, siamo convinti che la spinta sia la medesima che ha portato noi alle nostre piazze borghesi. Ma chi manifesta non vuole un aperitivo più lungo o più diritti civili. Vuole il potere, il primato, il dominio sulla propria collettività. È un conflitto generazionale e di appartenenza, non una marcia verso un'utopia liberale.

Pensiamo alle donne iraniane che indossano gioielli zoroastriani durante le proteste. Non vogliono la nostra «modernità» ma segnalano la fine della Repubblica Islamica e il desiderio di tornare a un’identità imperiale e persiana. Questo ci spaventa, perché ci costringe a vedere l’altro per ciò che è, non come una nostra proiezione.

In fondo, il mondo non è una grande copia di Milano, Parigi o San Francisco. Il mondo è ostile. E noi lo siamo altrettanto ai suoi occhi.

Perché allora crediamo che il mondo voglia diventare come noi? Perché così possiamo illuderci che il nostro modello sia inevitabile. Un atto di fede, più che di ragione. Invece, la geopolitica — quella umana — ci insegna che ogni popolo crede di essere il fine ultimo dell’umanità. E se non lo è, è pronto a farsi la guerra per dimostrarlo.

Il cittadino del mondo? Non esiste. Esistono viaggiatori veri, che tornano diversi. E poi ci sono turisti, convinti che mettere un filtro Instagram davanti al Taj Mahal significhi averlo capito.

Alla fine, mentre diamo Nobel per la pace o dichiariamo «solidarietà ai rivoltosi» tra un prosecco e un finger food, ci rifiutiamo di vedere la verità più banale: fuori da qui, il mondo non ci somiglia. E non ci somiglierà mai.

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