Un percorso lungo dieci anni, con cinque di matrimonio e una figlia arrivata dopo la PMA: Azzurra Lai e Giorgia raccontano la loro storia con la semplicità di chi vive una quotidianità fatta di sveglie presto, libri letti, lavoro, dolcezza e giorni speciali. “Eravamo già famiglia” dicono. “C.R. ha solo ampliato il nostro amore”.
Ed è meraviglioso, questo. È un coronamento che odora di amore e di futuro.
Ma facciamo un passo indietro.
Quando raccontano la scelta di diventare madri c'è la profonda consapevolezza di una decisione ponderata.
«In questo tempo abbiamo costruito tanto: progetti, cambiamenti, evoluzioni personali e di coppia. Il nostro amore è cresciuto, cresce ogni giorno e ha mantenuto qualcosa di intatto, come se fosse sempre il primo giorno».
Azzurra lo dice con la calma di chi ha desiderato prima di scegliere. «Eravamo già famiglia, lo siamo state da subito. Ma dentro quella famiglia c’è sempre stato uno spazio aperto, l’idea che potesse accadere qualcosa in più. Non per bisogno, ma per desiderio consapevole».
Quel desiderio ha preso forma quando si sono sentite pronte ad assumersi una responsabilità nuova. «Abbiamo iniziato a immaginare di diventare madri quando ci siamo sentite pronte a offrire uno sguardo sulla vita, ad accompagnarla».
Il “sì” non è stato un salto nel vuoto, ma un passo dentro un “noi” già solido. «La forza per dirci “sì, lo facciamo” è nata dal nostro noi: dal tempo vissuto insieme, dalla fiducia costruita giorno dopo giorno. Niente di diverso da quello che hanno provato i nostri genitori quando hanno costruito le nostre famiglie. Non avevamo certezze sull’esito, ma ne avevamo una profondissima: sappiamo prenderci cura l’una dell’altra. E questo resta il punto di partenza più solido possibile».
Il percorso di Procreazione Medicalmente Assistita è stato, nelle loro parole, «un cammino delicato». Un attraversamento che ha coinvolto corpo e mente.
«Affrontare una PMA significa esporsi molto. Il corpo diventa centrale, osservato, stimolato, atteso. A volte è faticoso, a volte ti senti distante da lui. La mente, intanto, deve imparare a stare dentro l’attesa e l’incertezza, senza identificarsi solo nel risultato».
È un equilibrio sottile, racconta: «Chiede rispetto e molta gentilezza verso se stesse». E dentro quell’equilibrio la coppia ha trovato una nuova forma di sostegno: «Ci siamo sostenute riconoscendo le fragilità reciproche, senza pretendere che l’altra fosse sempre forte o sempre positiva. A volte basta esserci, senza aggiungere parole. Abbiamo imparato che sostenere non significa correggere l’emozione dell’altra, ma starle accanto mentre la attraversa».
Anche l’informazione ha avuto un ruolo decisivo. «Informarsi per noi è stato un atto di responsabilità, non solo verso di noi, ma verso la vita che avremmo accolto.
Un’informazione corretta, accessibile, onesta toglie paura e restituisce libertà di scelta».
Poi, magico come solo queste cose sanno essere, è arrivato il momento che ha cambiato tutto e insieme ha reso tutto più pieno: «C.R. aveva ancora un piede nel mio ventre e il corpo già fuori, e ha iniziato a piangere forte, come un’aquila. Io ho pianto con lei, in modo estremo, totalizzante. È stato come mi immagino la mia stessa nascita, o come se mi avessero tolto il cuore dal petto e lo potessi vedere lì, davanti a me».
Accanto a lei, Giorgia. «Era lì, come sempre. Non mi ha mai tolto lo sguardo di dosso. Io lo cercavo continuamente, anche in quel momento».
Lo definiscono un incontro "potente, primitivo, pieno" per tutte e tre.
La maternità, spiegano, non ha stravolto la loro relazione: l’ha ampliata.
«Se prima eravamo felici, oggi lo siamo di più. Come genitrici, come persone, come coppia».
E sorridono quando raccontano quella sensazione familiare: «A volte ci guardiamo e pensiamo che stiamo insieme “solo” da dieci anni, e subito dopo ci chiediamo come abbiamo fatto prima senza i nostri sguardi, senza i nostri momenti. Con C.R. succede la stessa cosa. Spesso abbiamo la percezione che ci sia sempre stata».
La loro è un’esperienza che definiscono di grande serenità: «Noi stiamo bene, e anche la bimba sta bene. Forse per predisposizione, forse perché l’equilibrio che avevamo come coppia oggi vive anche in lei».
La quotidianità è fatta di piccole liturgie condivise. «Dormiamo tutta la notte, ci svegliamo tutte e tre insieme intorno alle 5.30 e la giornata inizia così, insieme. Riusciamo a stare vicine, a dedicarci tempo come coppia, come individui, come famiglia. La maternità, per noi, ha semplicemente amplificato una gioia che era già il comune denominatore della nostra storia».
Due madri, un’unica presenza: «Siamo due madri diverse ma molto simili», raccontano. «Entrambe profondamente coinvolte nella cura di C.R., non solo nei bisogni ma anche nello sviluppo dei suoi desideri».
La scena è semplice e tenera: «Puoi trovarci tutte e tre nel suo box, tutte e tre per terra a giocare, a leggere libri, a ballare in salone, al parco».
Quello che ammirano l’una dell’altra è il modo in cui entrambe amano la bambina: "la presenza, l’attenzione, la capacità di esserci davvero".
E aggiungono: «Adoriamo le cose piccole, quotidiane, che non fanno rumore ma costruiscono sicurezza».
C.R., dicono, ha già lasciato il suo insegnamento: «Ci ha insegnato la lentezza. A fermarci, osservare, ascoltare. Con lei abbiamo capito che non tutto va controllato, che molto va semplicemente accolto».
Il tempo oggi è più denso, più presente. Cercano di far coincidere tutto: «La bambina, la nostra famiglia, il nostro lavoro che amiamo, gli hobby, le amicizie». Ma con una consapevolezza nuova: «Il tempo non va riempito, va abitato».
Anche il corpo ha cambiato significato. «È diventato un luogo di verità. Non lo guardiamo come qualcosa da giudicare, ma come qualcosa che ha attraversato, che ha fatto spazio, che ha generato e che deve continuare ad essere un tempio».
Essere una famiglia arcobaleno, spiegano, significa "vivere una quotidianità normale in un contesto che spesso è più lento nel riconoscerla".
«La nostra vita è fatta delle stesse cose di tutte le famiglie, ma a volte può servire raccontarsi, spiegarsi, rendersi visibili».
Non lo fanno per fare notizia, ma per fare informazione. E su questo Azzurra è netta: «Non mi stancherò mai di ripeterlo. Crediamo che se tutte le famiglie e tutte le persone prendessero parola, si costruirebbe un sistema più basato sui valori che sulle differenze. La comunicazione è uno strumento potente in cui crediamo molto».
Del resto, "il linguaggio è fondamentale e le parole creano mondi": un linguaggio rispettoso, preciso, inclusivo è anch’esso uno strumento di cura.
«E questo vale per la vita in generale, non solo quando si trattano certi temi».
Per C.R. desiderano "un mondo in cui non debba spiegare la propria famiglia, un mondo che metta al centro i valori, non le differenze.
E a chi legge vorrebbero lasciare un pensiero semplice e profondo: «Le famiglie non sono concetti astratti, ma vite reali. E l’amore, quando è responsabile e consapevole, è sempre un luogo sicuro».
Poi Azzurra torna alla radice personale di tutto questo. «Raccontarsi, con rispetto, può essere un modo per avvicinare, non per dividere. Questo è anche il sogno che ho sempre coltivato sin da piccola: essere sicura che ciò che sono vale più di qualsiasi preconcetto o giudizio. Per me il rispetto di se stessi e degli altri resta un punto cardine e cardinale, anche dinanzi a chi non contempla questo credo».
E dentro queste parole, più che una rivendicazione, si sente una certezza: l’amore come scelta quotidiana, come responsabilità, come casa.