Era Manuela, ma ora è Manuele: la sua transizione è stata naturale, dolce come solo le cose giuste, quelle necessarie, sanno essere. Ed è bello da morire sentirlo parlare, sentirlo descrivere quello che è il suo mondo, quelli che sono i suoi valori: del resto, i cuori puri sanno percorrere la propria strada con tenacia e coraggio. E le sue parole si fanno cortometraggio. Ma andiamo per ordine.
Manuele Derudas racconta il suo percorso con una calma disarmante, quasi gentile, come se la forza che lo abita non avesse mai avuto bisogno di alzare la voce.
È una forza che nasce da lontano, dall’infanzia, da un modo di stare nel mondo che già allora parlava di protezione, cura, ascolto.
«Da piccolo adoravo le macchine telecomandate, il pallone, gli animali della fattoria. Sono cresciuto negli anni migliori, dove c’era più umanità, più contatto con le persone. Giocavo per strada, a biglie, a nascondino. Non esistevano i cellulari.»
Nei suoi ricordi c’è un bambino che si sente cavaliere, chiamato a difendere chi è più fragile. Un bambino che cresce con modi gentili, con il desiderio di aiutare, di salvare.
«Mi sentivo di fare il cavaliere, di difendere le persone più deboli. Volevo sempre salvare il mondo. Proteggere gli animali, le persone. Ho sempre avuto questa grande forza dentro di me.»
Quella forza, però, a diciotto anni incontra una verità difficile da nominare.
«A 18 anni ho scoperto che qualcosa in me non andava. Avevo un corpo che non mi rappresentava, che non mi apparteneva. Si nasce così. C’è chi lo scopre presto, chi a 15 anni, chi a 60. Non è mai troppo tardi per essere se stessi e stare in pace con sé stessi.»
Manuele parla di consapevolezza come di un cammino personale, mai uguale per tutti. Un percorso che richiede ascolto, tempo, e spesso un coraggio enorme.
«Quando si prende consapevolezza di ciò che siamo, ognuno fa il proprio passo. Ma non tutti hanno la forza di farlo. C’è la paura del giudizio, del cambiamento del corpo, di non piacersi, di non essere accettati dalla famiglia, dagli amici.»
Eppure, a un certo punto, la scelta diventa inevitabile.
«Dobbiamo ascoltare noi stessi. Anche a costo di perdere gli altri. Io ero pronto a tutto. A perdere tutto… tranne me stesso.»
Prima di parlare agli altri, Manuele ha parlato a sé stesso. Si è scavato dentro, ha cercato chiarezza, ha imparato ad ascoltarsi.
«Quando ho capito chi ero e chi volevo essere, ho fatto il grande passo di dirlo alla mia famiglia, agli amici, ai parenti. Non è stato facile. Ci è voluto tempo.»
Nel suo racconto, il concetto di identità va ben oltre il corpo.
«Essere un uomo per me non è avere un pene, così come essere una donna non è avere una vagina. Non sono gli organi genitali a definire chi siamo. Essere un uomo sono le azioni, il comportamento, l’anima, l’intelligenza. Il sentirsi chi si è.»
La transizione, per Manuele, è stata un passaggio necessario.
«La transizione ha un inizio e una fine. È un passaggio da un’identità all’altra.»
Ma il percorso non è stato privo di ostacoli. Anzi.
«Le reazioni più difficili sono state dirlo alle persone che amo. Avevo paura di perderle, di non essere accettato, capito, ascoltato. Ho lottato contro le cattiverie della gente: insulti, critiche, giudizi senza ascolto.»
Tra tutte le reazioni, una lo ha sorpreso più delle altre.
«Quando l’ho detto alla mia migliore amica, lei non ha battuto ciglio. Per lei ero sempre il suo migliore amico. Non è cambiato nulla. Lei sentiva la mia energia maschile, i miei modi. Sapeva andare oltre.»
Col tempo, molte relazioni si sono trasformate.
«Le relazioni si sono rafforzate. Con la famiglia, con gli amici. Qualcuno l’ho perso, ma non erano vere amicizie.»
Oggi Manuele si definisce un uomo libero e sereno.
«Oggi sono un uomo felice, me stesso al 100%. Mi riconoscono come un uomo, mi ascoltano di più. Qualcuno giudica ancora, ma io vivo la mia vita sereno.»
La libertà, per lui, passa anche dal rispetto delle differenze.
«Ognuno è libero di pensare ciò che vuole. L’importante è moderare le parole con rispetto. Le parole pesano, feriscono più degli schiaffi. Ma ora non mi ferisce più nulla: ho trovato la mia forza interiore.»
Non nega il dolore, ma lo trasforma.
«Tutto ciò che non mi uccide mi fortifica.»
In Italia, dice, l’ostacolo più grande resta la cattiveria umana.
«La non accettazione, la stupidità. Molti si suicidano per questo, soprattutto i giovani. Per questo ho deciso di portare la mia storia in giro: per aiutare, sostenere, dare forza. Per dire che tutti possiamo brillare della nostra luce.»
Oggi il rapporto con il suo corpo è cambiato.
«Mi amo tantissimo. Sono me stesso e mi sento a mio agio.»
Il suo messaggio a chi si sente perso è semplice e potente.
«Non siete soli. Non abbiate paura di essere chi siete. Solo io conosco la mia storia, posso criticarmi e applaudirmi...»
Se potesse cambiare qualcosa nel mondo, Manuele non ha dubbi.
«Più pace. Più rispetto. Più amore. Ascoltiamoci di più e abbracciamoci di più.»
La sua storia è al centro del cortometraggio “4 Luglio – La mia rinascita”, una proiezione a ingresso gratuito che non è solo cinema, ma testimonianza.
Un racconto di dolore e rinascita, di insulti superati e forza ritrovata, un invito a riflettere sulla libertà di essere sé stessi.
L’appuntamento è per il 6 febbraio alle ore 18.00, presso ex Ma, Sassari – via Maurizio Zanfarino 62.
Oggi Manuele è mental coach, ma soprattutto è ciò che ha sempre desiderato essere:
un faro, una guida, una presenza capace di accompagnare chiunque attraversi un cambiamento.