Nelle scuole l’intelligenza artificiale è ormai entrata nella quotidianità degli studenti. Strumento utile o scorciatoia pericolosa? Il dibattito è aperto e divide docenti, genitori e istituzioni. A riflettere sull’impatto dell’IA nella vita scolastica dei ragazzi è Barbara Tavera, professoressa di Italiano, Latino e Greco al Liceo Leonardo da Vinci di Lanusei.
La docente invita a non cedere a facili entusiasmi e a guardare con lucidità agli effetti che l’uso dell’intelligenza artificiale può avere sulla formazione dei più giovani.
«L'intelligenza artificiale è uno strumento, potente e imperfetto, e come tutti gli strumenti il problema è l'uso che se ne fa, il fine per cui lo si utilizza e la “preparazione” e lo spirito critico di chi lo utilizza», spiega.
Secondo Tavera, il nodo centrale è proprio l’approccio degli studenti.
«Un adolescente, nella maggior parte dei casi, vede nella IA una scorciatoia, uno strumento che lavora al posto suo e non qualcosa che possa fornire dati utili per costruire un sapere originale e personale, elaborato autonomamente».
A pesare, sottolinea, è anche una preparazione di base spesso insufficiente per orientarsi tra le informazioni che arrivano dalla rete. «Gli studenti, proprio per la mancanza di quella preparazione di base che è condizione imprescindibile per poter decifrare le notizie fornite dalla rete, spesso non sono in grado di distinguere una informazione corretta da una falsa e scambiano lo stile assertivo dell'IA per una verità insindacabile e oracolare».
Le conseguenze, secondo la docente, sono tutt’altro che marginali. «Questo fatto è molto grave sia perché impedisce loro di formare delle competenze autonome e di sviluppare quelle abilità che solo attraverso esercizio, disciplina ed errore si formano, sia perché senza quella formazione di base non possono avere un giudizio autonomo e indipendente e non riescono a distinguere una affermazione falsa o basata su falsi presupposti da una vera e motivata».
Non si tratta di un timore astratto. Tavera racconta di essersi imbattuta più volte in elaborati realizzati con l’intelligenza artificiale. «Mi è capitato diverse volte di intercettare compiti fatti dall'IA che oltre ad essere facilmente riconoscibili per la loro struttura, spesso erano anche pieni di errori: errori che a volte erano macroscopici, altre volte meno evidenti, ma non meno gravi».
Ma la questione, precisa, non riguarda tanto il fatto che gli studenti copino. «La delusione più grande non è che i ragazzi ingannino se stessi e gli altri usando questi strumenti. Prima si copiava dal compagno di banco, ora si copia dalla IA».
La preoccupazione vera riguarda piuttosto la consapevolezza degli adulti. «La cosa preoccupante è che gli adulti non si rendano conto di quanto questo strumento sia pericoloso per un ragazzo, il cui sviluppo cognitivo deve necessariamente passare attraverso esercizio, sforzo, errore, tentativi, concentrazione, elaborazione personale, lettura attenta e analitica».
Per la docente, esaltare senza riserve l’intelligenza artificiale nella didattica rischia di essere un errore di prospettiva. «Esaltare la IA come strumento utile e innovativo nella didattica è come incoraggiare chi ha gambe forti e sane a rinunciare a camminare perché tanto ci sono sempre delle ruote che possono farlo andare più veloce ovunque voglia».
Un’immagine forte che racchiude il senso della sua riflessione. «È una grave rinuncia a libertà e autonomia, una menomazione grave a un sano sviluppo cognitivo, di cui i ragazzi a questa età non si rendono conto, ma i cui effetti a lungo termine saranno inevitabili».
E conclude con un parallelo che richiama una realtà già sotto gli occhi di tutti: «Esattamente come quelli cognitivi ed emotivi – che ormai sono tristemente attuali – dell’uso compulsivo e pervasivo dei cellulari e dei social».