Il coltello sardo attraversa la giungla: Pietro Loddo e la sua esperienza

  Non lo chiama lavoro, e forse è proprio da qui che bisogna partire. Per Pietro Loddo, giovane artigiano sardo che da quattro anni costruisce coltelli tradizionali, la lama non è un mestiere, un semplice impiego, ma un richiamo. Un filo invisibile che unisce la Sardegna a una giungla lontanissima, passando per una cultura ancestrale (quella dei Mentawai indonesiani) che lo ha accolto come uno di famiglia. «Ma sinceramente non lo definisco lavoro, è una passione molto molto forte. Quasi un richiamo ancestrale che ho da sempre. Come dico sempre, sono la pecora nera della famiglia, tra virgolette, perché non mi è stata trasmessa da nessuno questa passione». Una passione nata da dentro, coltivata nel tempo. «Mi diletto nella costruzione del coltello sardo da quattro anni, quattro anni appena compiuti». E insieme ai coltelli, da sempre, un’altra attrazione profonda: «Sono un appassionato di tribù e di etnie diverse da sempre». Quando viene a conoscenza dell’esistenza di una tribù indigena, Pietro decide di fare il possibile per incontrarla. «Ho fatto di tutto per trovare un contatto per andare a vivere con loro e per fortuna ci sono riuscito».

  Il viaggio è lungo e complesso: «Per arrivare da loro ho dovuto prendere due aerei e fare quasi otto ore di navigazione». Con sé porta anche i suoi coltelli. «Li ho portati per curiosità, perché un coltello fa sempre comodo in un ambiente del genere, per svolgere i lavori di tutti i giorni: intagliare un pezzo di legno, macellare, tagliare il cibo». Ma c’è anche un altro motivo, più simbolico: «Sono stati i primi coltelli sardi ad “andare a vivere” nella giungla». L’accoglienza va oltre ogni aspettativa. «Mi hanno accolto benissimo, mi hanno reso partecipe alla vita di tutti i giorni». Pietro entra nella loro quotidianità: «Sono andato a caccia con loro, con arco e frecce avvelenate». E vive momenti rarissimi: «Ho avuto la fortuna di partecipare alla cerimonia di un funerale di un Sikerei, per capirci meglio uno sciamano». Il senso di appartenenza è immediato. «Mi hanno fatto sentire come se fossi uno di loro. Non c’era nessuna differenza, se non la lingua, ma per fortuna ci siamo capiti comunque». Non solo ospite: «Mi hanno integrato nella loro famiglia, nel loro clan». Per Pietro, la distanza tra Sardegna e giungla è solo geografica. «Penso che siano lontani solo per via della distanza, perché vivono una vita molto simile a quella della Sardegna, molto rustica. Quindi un coltello sardo può funzionare alla stessa maniera pure nella giungla». Uno strumento essenziale, quotidiano, vivo. «Per svolgere compiti di tutti i giorni: tagliare il cibo, macellare un animale, intagliare un pezzo di legno». Il momento più intenso arriva con il dono. «Consegnare, anzi regalare i coltelli ai Sikerei è stato molto emozionante. È difficile spiegare con le parole quello che ho provato». Non è solo l’oggetto a essere apprezzato: «È stato apprezzato tantissimo il gesto, perché è stato un momento di condivisione incredibile, un punto di incontro tra due culture “diverse”». Bastano pochi gesti: «È bastata una stretta di mano e un sorriso e tutte le diversità si sono annullate del tutto». Pietro è consapevole del ruolo delicato che occupa. «Io lì ero un ospite, anzi quasi un intruso che poteva andare a rovinare l’equilibrio di una cultura così antica. Quindi sono entrato in punta di piedi». E lo dice con chiarezza: «Una cultura così antica non ha sicuramente bisogno del “colonizzatore” di turno che insegni a vivere meglio, perché credimi: loro vivono meglio di noi». L’incontro lascia un segno profondo. «Hanno tanto da insegnare alla cultura che conosciamo noi». Anche nel modo di riconoscere il valore delle cose: «Secondo me le culture ancestrali riconoscono subito il valore di un oggetto fatto a mano, perché loro vivono di quello». Tutto è costruito: «Dall’arco alle frecce, al veleno per le frecce».

  In una sola settimana, l’apprendimento è enorme. «Loro mi hanno insegnato tantissimo, nonostante io ci sia rimasto più o meno una settimana». E il distacco è doloroso: «Quando sono andato via ho pianto tantissimo». A colpirlo è soprattutto il senso di comunità. «Hanno un senso di condivisione pazzesco, un senso di unione, di gruppo. Valori che ogni tanto vanno a mancare nella nostra cultura». Anche il rapporto con la morte diventa insegnamento: «Ho avuto la fortuna di vedere come affrontano la morte, una separazione improvvisa. Mi ha aiutato tantissimo». Pietro racconta il loro animismo con rispetto e fatica a trovare le parole. «Sanno che non vedranno più il corpo di quella persona, ma sanno che l’anima rimarrà lì. A parole è molto difficile spiegare quello che ho vissuto». Da quell’esperienza, nulla è rimasto uguale. «Assolutamente sì: d’ora in poi i miei coltelli dentro avranno sempre un po’ di giungla». Perché un coltello artigianale non è mai solo un oggetto. «Nessun coltello artigianale si può definire solo oggetto. In questo caso parliamo di coltello sardo tradizionale, e dietro c’è una storia da studiare e da imparare col tempo». C’è il lavoro, la tradizione, ma soprattutto l’essere umano. «Ogni coltello si porta dentro la storia dell’artigiano che lo ha creato, le emozioni, i giorni positivi e pure quelli negativi». E alla fine, la definizione più semplice è anche la più vera: «È veramente impossibile definirlo solo con un semplice: è un oggetto».

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