Il denaro, come sempre, è la misura delle intenzioni. Nel caso della Global Sumud Flotilla – il più grande convoglio civile mai salpato verso Gaza – i promotori insistono sul carattere popolare e indipendente. A sostegno, i numeri: 3,2 milioni di euro raccolti tramite crowdfunding, 68.000 donatori sparsi per il mondo, campagne nazionali dal Maghreb al Golfo, fino alle raccolte di beni primari garantite da reti associative e comuni cittadini. Una moltitudine minuta, che sommandosi ha dato corpo alla spedizione.
Eppure il sospetto permane. Per Israele, che osserva la flottiglia come una minaccia politica più che umanitaria, non basta la trasparenza dei conti. Le autorità di Tel Aviv parlano apertamente di copertura “pseudo-umanitaria” per interessi islamisti. Tirano in ballo figure note: Zaher Birawi, attivista londinese già indicato come vicino ad Hamas; Muhammad Nadir, malese, accusato di convogliare fondi verso entità affini al movimento islamista. Per Israele, la prova è nell’endorsement ufficiale giunto da Hamas stesso, che ha salutato l’iniziativa come parte della propria battaglia.
La realtà si gioca in questa ambiguità. Da un lato, Greta Thunberg e Liam Cunningham a bordo di piccole imbarcazioni sembrano rendere implausibile la tesi di una missione armata o clandestina. Dall’altro, l’oggettiva convergenza d’intenti tra gli organizzatori e la propaganda di Hamas fornisce a Israele munizioni retoriche: poco importa se i finanziamenti siano realmente popolari, l’effetto politico è comunque un rafforzamento della narrativa palestinese.
Va sottolineato che mantenere una flotta di cinquanta barche costa cifre ingenti. Carburante, assicurazioni, dotazioni di bordo, rifornimenti per seicento volontari: si parla di milioni di euro, che i soli piccoli donatori faticano a garantire con continuità. Gli attivisti parlano di iniziativa “sottofinanziata”, portata avanti più con la determinazione che con i mezzi. Ma questa stessa fragilità logistica – barche usate acquistate a basso prezzo, guasti tecnici, incendi sospetti in porto – dimostra che l’operazione non ha alle spalle uno Stato sponsor.
Ed è proprio qui il nodo geopolitico. La Global Sumud Flotilla non è importante per ciò che porta – poche decine di tonnellate di aiuti, trascurabili rispetto al fabbisogno di due milioni di gazawi – bensì per ciò che rappresenta. È la società civile globale che prova a occupare lo spazio lasciato vuoto dalle cancellerie. È la diplomazia dal basso che, unita dall’ostilità verso il blocco, tenta di alzare il costo politico di un eventuale intervento israeliano.
Per Israele, la posta in gioco non è il contenuto delle stive ma la perdita di controllo sulla narrazione: se civili disarmati di quaranta nazioni forzano il blocco, l’assedio di Gaza rischia di apparire ancor più illegittimo. Da qui l’intenzione dichiarata di fermarli con la forza, se necessario.
Il finanziamento della Flotilla, dunque, si colloca in questa zona grigia: ufficialmente frammentato, popolare, privo di Stati alle spalle. Ma inevitabilmente politicizzato, perché ogni euro raccolto diventa, agli occhi israeliani, un contributo a un’azione ostile. È l’eterna legge della geopolitica: non contano le intenzioni proclamate, bensì le percezioni di chi osserva.
Al netto di ciò, la GSF ha già raggiunto un risultato: riportare Gaza al centro del dibattito internazionale, spostando l’attenzione da una crisi che rischiava l’oblio. E in questo senso, più che un convoglio di aiuti, si configura come un’arma simbolica: fragile, disordinata, ma capace di incrinare il monopolio israeliano sul racconto del blocco.