Il taglio delle accise sul carburante si trasforma in un rincaro e Federpetroli chiama in causa l'Eni per frenare i prezzi

Il presidente Michele Marsiglia analizza la manovra del Governo sui carburanti: la riduzione dello sconto sul gasolio penalizza le flotte aziendali. La proposta depositata al Senato chiede che sia la compagnia di Stato ad assorbire i costi della speculazione.

Il decreto varato da Palazzo Chigi per arginare la corsa dei carburanti incassa la reazione a freddo di Federpetroli. L'associazione, che raccoglie le aziende del settore petrolifero ed energetico operando al di fuori delle dinamiche strettamente sindacali, traccia un bilancio in chiaroscuro delle misure governative, evidenziando le falle di un sistema che tenta di abbassare i prezzi agendo esclusivamente sulla leva fiscale. A prendere posizione, in una dichiarazione rilasciata in esclusiva, è il presidente Michele Marsiglia, il quale sposta l'asse del problema dalle accise – le imposte statali che gravano sulla fabbricazione e sulla vendita dei carburanti – al ruolo delle grandi compagnie pubbliche.

L'analisi del vertice di Federpetroli parte da una constatazione aritmetica. Se da un lato viene riconosciuto lo sforzo dell'esecutivo, dall'altro si smaschera l'effetto reale della misura sulle pompe di benzina. Il giudizio è netto e viene affidato a una lettura disincantata della manovra, riportata testualmente dalla registrazione vocale inviata alla redazione: “è positivo qualsiasi aiuto da parte del Governo che stanno facendo già da mesi, però questa non è una proroga di uno sconto sull'accisa, è una proroga di rialzo, perché comunque è stato rialzato di 10 centesimi il costo del gasolio che poi con l'iva, arriviamo a 12 e qualcosa”. L'aumento del costo del diesel, che sommato all'imposta sul valore aggiunto supera i dodici centesimi al litro rispetto al regime precedente, finisce così per annullare i benefici per un'ampia fetta del tessuto produttivo.

Marsiglia sottolinea come il pacchetto di aiuti, pur andando a soccorrere l'autotrasporto ed evitando il blocco nazionale dei tir, scarichi il peso della crisi su altri comparti. Le conseguenze si abbattono direttamente sulle imprese che si muovono su gomma senza utilizzare mezzi pesanti: “se da una parte si è dato un grande aiuto ai trasportatori, anche con la manovra più ampia, però si è andata a penalizzare quelle flotte aziendali importanti per la rete del carburante in Italia”. Le lamentele delle aziende dotate di automobili e veicoli commerciali leggeri stanno già arrivando sui tavoli dell'associazione.

Il meccanismo scelto dal Ministero dell'Economia, basato sulla continua rimodulazione delle tasse e sull'eventuale utilizzo dell'extragettito – ovvero le maggiori entrate fiscali incassate dallo Stato proprio grazie all'aumento dei prezzi alla pompa – viene liquidato come inefficace. Nelle parole del presidente, la strategia si riduce a “un cane un po' che si morde la coda sotto il profilo del Governo”, poiché ciò che si concede oggi attraverso la manovra viene di fatto recuperato o reinvestito in un circolo chiuso che non abbassa strutturalmente i costi.

La via d'uscita proposta da Federpetroli, già illustrata formalmente nelle aule del Senato, abbandona la politica dei tagli fiscali per abbracciare un intervento diretto sul mercato. La richiesta è quella di coinvolgere l'Eni, la multinazionale dell'energia controllata dallo Stato italiano. L'idea è di applicare un tetto ai prezzi, mutuando un modello di calmiere già sperimentato in Gran Bretagna. La ricetta di Marsiglia prevede di far “accollarsi alla compagnia energetica di Stato questo costo in più dato dalla speculazione e dato dall'aumento dei prezzi per poi negli anni successivi riuscirlo a spalmare”. Un intervento netto che eviterebbe di intaccare le casse dell'erario, spostando l'onere sugli utili di chi estrae e raffina il greggio, allo scopo di garantire un prezzo finale tollerabile per le industrie e i cittadini.

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