Un'indagine nazionale svela le nuove abitudini sanitarie dei cittadini. Meno del tre per cento degli utenti verifica le diagnosi telematiche con un dottore vero. I giovani cercano le cause dei dolori, gli over 50 si fanno tradurre gli esiti degli esami di laboratorio.
L'intelligenza artificiale, ovvero l'insieme di programmi informatici in grado di elaborare dati e simulare il ragionamento umano, ha ormai scavalcato la sala d'attesa dell'ambulatorio. Sette italiani su dieci interrogano lo schermo dello smartphone o del computer per capire l'origine di un dolore fisico o per tradurre il linguaggio tecnico di un documento ospedaliero prima di consultare un medico. La fotografia delle nuove abitudini sanitarie emerge dai risultati dell'indagine statistica nazionale intitolata "Dottor AI", promossa dal gruppo Cerba HealthCare Italia, rete internazionale di laboratori di analisi cliniche, e condotta su un campione rappresentativo di mille cittadini.
I numeri della ricerca tracciano un perimetro netto. Il 43,9 per cento degli intervistati dichiara di usare direttamente i sistemi informatici avanzati per porre domande specifiche sulla propria salute. A questo blocco si aggiunge un 21,6 per cento che vi fa ricorso in maniera saltuaria e un ulteriore 7 per cento che si accontenta delle risposte automatiche generate dai motori di ricerca su internet. Il motore di questa transizione digitale è la fascia di popolazione sotto i cinquant'anni, dove gli utilizzatori sfiorano l'89 per cento. Le barricate contro le macchine restano residuali: solo l'11,5 per cento degli utenti esclude in modo categorico l'ipotesi di affidarsi a un software per questioni cliniche.
Le ragioni che spingono le persone a cercare un consulto elettronico si dividono in due grandi filoni. Il 39 per cento delle interrogazioni riguarda l'analisi dei sintomi, un'abitudine radicata soprattutto tra i giovani che cercano un responso immediato per un improvviso malessere. Il 30 per cento degli accessi serve invece per l'interpretazione degli esami di laboratorio, una necessità che si manifesta superata la soglia dei cinquant'anni. Solo in minima parte la tecnologia viene usata per valutare l'opportunità reale di prendere un appuntamento in ospedale o per indagare sull'uso dei farmaci da assumere.
Il dato che emerge con maggiore prepotenza dal sondaggio di Cerba HealthCare è l'elevato livello di fiducia riposto nei cervelli elettronici. Il 57 per cento di chi usa l'intelligenza artificiale si fida abbastanza delle nozioni ricevute, mentre oltre il 41 per cento dichiara di fidarsi ciecamente. Questo rapporto fiduciario innesca un meccanismo psicologico evidente: l'81 per cento degli utenti afferma di sentirsi rassicurato dalle diagnosi lette a schermo, mentre un terzo degli intervistati ammette di aver provato profonda preoccupazione o ansia dopo aver letto un responso telematico.
Il vero corto circuito del sistema si registra nel passaggio dalla teoria virtuale alla pratica clinica. Dopo aver interrogato le macchine, solo il 2,6 per cento dei cittadini alza il telefono per verificare con il proprio medico curante la correttezza delle informazioni ricevute. «L’intelligenza artificiale è già diventata un nuovo punto di contatto tra cittadini e salute: non sostituisce il medico, ma entra prima, durante e dopo il rapporto con il sistema sanitario», sottolinea Marco Daturi, direttore del marketing della divisione italiana del gruppo diagnostico. Pur ammettendo che la presenza di un professionista reale a supervisionare i dati aumenterebbe la sicurezza generale per il 58 per cento degli intervistati, oltre il 70 per cento degli italiani esclude comunque che in futuro il computer potrà mai sostituire in via definitiva la figura umana all'interno delle corsie ospedaliere.