Le trebbiatrici hanno appena acceso i motori nei campi della nostra Isola, ma ad attenderle c'è una delle stagioni più difficili e preoccupanti per il comparto cerealicolo. Il prezzo del grano duro è precipitato a 27 euro al quintale, una cifra che, di fatto, non riesce a coprire nemmeno i costi di produzione sostenuti da chi coltiva la terra. Un'emergenza che colpisce tutta l'Italia, ma che, cifre alla mano, sta penalizzando le isole in misura molto più grave rispetto al resto del Paese.
Sulle pagine della Gazzetta Sarda riteniamo sia fondamentale andare oltre il semplice dato economico per capire cosa stia succedendo realmente. Perché i prezzi crollano e i costi si impennano?
Le cause di questa crisi partono da molto lontano, precisamente dal Medio Oriente. Il conflitto israelo-statunitense contro l'Iran e il conseguente blocco commerciale nello Stretto di Hormuz hanno innescato un effetto domino che è arrivato direttamente nelle campagne sarde.
Da un lato sono esplosi i costi del carburante agricolo, dall'altro è schizzato alle stelle il prezzo dell'Urea. Per chi non è del mestiere, l'Urea è il più importante fertilizzante a base di azoto utilizzato in agricoltura; il problema è che circa il 40% di questo prodotto, a livello globale, proviene proprio dallo scacchiere del Golfo Persico. Questa forbice letale (materie prime carissime e prodotto finale svalutato) rischia di costringere molti agricoltori sardi ad abbandonare la coltura del grano duro, con conseguenze dirette e inevitabili sulla futura produzione di pane e pasta che arriveranno sulle nostre tavole.
Per arginare le dinamiche impazzite del mercato, il Ministero dell'Agricoltura ha recentemente istituito la CUN (Commissione Unica Nazionale) per il grano duro. L'obiettivo era creare un organismo capace di monitorare il comparto e definire un prezzo indicativo. Tuttavia, secondo gli addetti ai lavori, lo strumento così com'è non basta più.
A lanciare un messaggio chiaro e continente alle istituzioni è Stefano Taras, presidente di Confagricoltura Sardegna, che richiede un intervento deciso ma senza polemiche sterili: "La CUN è una buona intuizione, ma si deve evolvere. Deve passare da strumento di rilevazione del prezzo a strumento di governo della filiera".
Le dichiarazioni di Taras puntano il dito contro le dinamiche puramente speculative: il grano duro italiano non può essere declassato a una semplice commodity (una merce di base interscambiabile sui mercati globali), ma deve essere difeso come produzione strategica. Il rischio attuale è che la Commissione si limiti a registrare passivamente l'andamento del mercato, dominato oggi dalle importazioni e dalla speculazione finanziaria, senza tutelare chi produce.
"Il vero tema – precisa il presidente di Confagricoltura Sardegna – è capire se l'attuale modello sia realmente in grado di garantire una formazione del prezzo che rifletta il valore del grano duro nazionale, premi la qualità, tuteli i produttori e assicuri equilibrio lungo tutta la filiera".
La richiesta del mondo agricolo sardo è quindi pragmatica: trasformare rapidamente questa Commissione da un semplice "notaio" dei prezzi a un vero e proprio scudo per il mercato. Un passaggio vitale per evitare che l'eccellenza cerealicola isolana venga stritolata da logiche finanziarie lontane dai nostri campi.