Dal cuore di Torino al gigante indiano: Iveco, un marchio che non è più italiano.

Quando si parla di camion e veicoli industriali, in Italia un nome in particolare su tutti ha fatto la storia: Iveco. Oggi il marchio torinese festeggia i suoi 50 anni, ma lo fa in una fase di profonda trasformazione che ha cambiato la sua identità. La recente acquisizione da parte del colosso indiano dell’automotive Tata Motors, segna infatti la fine di un percorso iniziato nel cuore dell’industria italiana e conclusosi con un passaggio di proprietà che lascia l’amaro in bocca a chi considerava Iveco un orgoglio nazionale.

Iveco nasce ufficialmente il 1° gennaio 1975, quando la Fiat decide di unire sotto un unico marchio i brand di veicoli industriali che aveva acquisito nel tempo: Fiat Veicoli Industriali, OM, Lancia Veicoli Speciali, Unic (Francia) e Magirus-Deutz (Germania). L’idea era ambiziosa: creare un costruttore capace di competere con i giganti europei e mondiali del settore. Nei primi anni Iveco mise in campo una strategia di razionalizzazione e sviluppo che portò nel 1978 al debutto del Daily, il primo veicolo commerciale leggero interamente marchiato Iveco, destinato a diventare un simbolo per il marchio. Negli anni Ottanta arrivarono altri modelli iconici come il TurboStar, e negli anni Novanta la gamma “Euro” consolidò la reputazione del marchio con riconoscimenti internazionali.

Negli anni successivi Iveco ha saputo crescere, investendo in motorizzazioni innovative, ampliando la gamma con veicoli da cava-cantiere e autobus, e stringendo partnership importanti come quella con Ford in Europa e con costruttori in Asia e America Latina. Il progressivo distacco dal DNA italiano cominciò nei primi anni Duemila, quando Iveco fu inglobata in Fiat Industrial e poi in CNH Industrial, insieme a Case e New Holland. La sede restò a Torino, ma la governance diventò sempre più internazionale.

Nel 2022 Iveco venne scorporata e quotata come Iveco Group N.V. ad Amsterdam, sotto il controllo di Exor, la holding della famiglia Agnelli. Da allora, l’italianità del marchio era già un concetto più simbolico che reale: Iveco parlava sempre più la lingua della finanza globale, con fabbriche sparse in quattro continenti. Il colpo di scena è arrivato nell’estate del 2025 quando Tata Motors, parte dello storico conglomerato indiano Tata Group, ha annunciato l’acquisto di Iveco per 3,8 miliardi di euro. Mentre il ramo Iveco Defence, legato ai veicoli militari e ai mezzi cingolati, è stato ceduto per 1,7 miliardi a Leonardo, gruppo industriale italiano leader mondiale nei settori dell'aerospazio, della difesa e della sicurezza.

Tata Motors non è nuova a mosse di questo tipo: già nel 2008 aveva rilevato Jaguar Land Rover, trasformandola in un caso di rilancio industriale. Ora l’obiettivo dichiarato è replicare la stessa formula con Iveco, valorizzando la rete globale di impianti e i 150.000 veicoli prodotti ogni anno. Oggi Iveco ha ancora stabilimenti in Italia e la sede a Torino, ma la proprietà è straniera e il suo destino è deciso altrove. Quello che era nato come progetto europeo guidato da Fiat è diventato a tutti gli effetti un marchio globale, slegato dalle logiche del “made in Italy”.

La storia di Iveco ricorda quella di tanti altri marchi storici italiani, passati negli ultimi decenni sotto bandiera straniera, da Ducati a Lamborghini, fino a Pirelli. Segno di un Paese che ha dato vita a eccellenze industriali, ma che spesso non è riuscito a difenderne la sovranità. Sotto la guida di Tata Motors, Iveco promette continuità e investimenti, senza chiusure né tagli di personale. Ma al di là delle rassicurazioni, resta la consapevolezza che Iveco non è più italiana, se non per la sua storia e per le radici che affondano nella Torino del Novecento.

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