Detassare le ostriche: nuova rivoluzione del carrello della spesa… e degli assorbenti?

“Ridurre l’Iva sulle ostriche.” Quando il Ministro dell’Agricoltura Francesco Lollobrigida ha pronunciato queste parole, in molti hanno strabuzzato gli occhi immaginando vassoi d’argento e cene con ostriche e champagne. “Ma come, non erano un bene di lusso?” si chiedono alcuni. E qui arriva la spiegazione del Ministro: non è la natura a renderle di lusso, ma il costo, influenzato da un’Iva oggi al 22%. Ed ecco la proposta: abbassare l’Iva perché questi molluschi, allevati con fatica dai nostri acquacoltori, diventino finalmente accessibili. In altre parole, sdoganarli dal ruolo di prerogativa (quasi) aristocratica – tipo la bacchetta magica nei romanzi fantasy – per trasformarli in “amico di tutti, salvatore di pescatori”. Perché a quanto pare, nel frattempo, c’è un nemico biologico che minaccia gli allevamenti: il famigerato granchio blu, capace di decimare (o quasi) cozze, vongole e altre specie più indifese, ma che invece non si avvicina – o quasi – alle ostriche.

Dietro l’idea di alleggerire la tassazione sulle ostriche c’è un obiettivo serio: sostenere un comparto che, complici anche la proliferazione del granchio blu e altri ostacoli, rischia di affondare. E qui c’è poco da ridere: i pescatori di Goro e di altri poli dell’acquacoltura italiana hanno visto i propri introiti crollare, mentre lo Stato cerca soluzioni. Dall’istituzione di un Commissario ad hoc, ai fondi stanziati, fino alle proposte più creative (sì, anche quella di creare una filiera del granchio blu – tanto distruttivo quanto potenzialmente redditizio, se correttamente sfruttato).

In sintesi, Lollobrigida vuole rendere le ostriche un prodotto pop, venduto in qualche mercato rionale (chissà) a prezzi più abbordabili, così che queste conchiglie, notoriamente snob, possano reggere il business di chi le alleva e, di riflesso, salvare intere comunità dall’uragano “granchio blu”.

E qui scatta l’inevitabile confronto, un po’ ironico e un po’ tragico, con l’annosa questione dell’Iva su prodotti ben più essenziali, come gli assorbenti. Per anni i consumatori hanno protestato per l’abbassamento dell’Iva su quelli che, a conti fatti, non sono certo beni di lusso: eppure, finora, le riduzioni sono state timide o, in certi periodi, addirittura assenti.
Dunque, la domanda sorge spontanea: “Abbasseremo prima l’Iva sulle ostriche o sugli assorbenti?” In un mondo ideale, la risposta dovrebbe essere: “Su entrambi, e con grande senso di responsabilità.” Ma la realtà (fiscale) ci insegna che non sempre si riesce a procedere con uguale slancio su tutto. Da qui l’ironia di chi si immagina pacchetti famiglia di ostriche a prezzo scontato, mentre le donne continuano a pagare un’Iva ancora troppo alta su prodotti igienici di prima necessità.

Insomma, battute a parte, la proposta del Ministro Lollobrigida tocca un tema concreto, quello del futuro della pesca e dell’acquacoltura in Italia, fiaccate dal granchio blu e da altre sfide ambientali. L’abbassamento dell’Iva può essere un sostegno reale, perché:

  1. Rende il prodotto più concorrenziale: in molti Paesi europei le ostriche godono di agevolazioni fiscali e i nostri produttori rischiano di perder terreno.
  2. Apre il mercato interno: se il prezzo cala, più persone potrebbero concedersi un “lusso” che, a quel punto, non sarebbe più così esclusivo.
  3. Diversifica le entrate: pescatori e allevatori, che un tempo puntavano tutto su cozze e vongole, trovano nell’ostrica un’opportunità per recuperare i danni del granchio blu.

Rimane, però, il tema della priorità. E qui entra in gioco l’ironia: davvero vogliamo fare le corse per abbassare l’Iva su un alimento “non proprio quotidiano”, mentre la battaglia sulla “Tampon tax” sembra sempre in stallo? E c’è chi aggiunge: magari potremmo impegnarci anche per altri alimenti (persino per il pane o il latte, si dirà), che sfamano davvero tutti.

Ricordiamo, con un minimo di serietà, che allevare un’ostrica comporta anni di lavoro (di solito dai 2 ai 4), con costi non indifferenti. Dalle lagune sarde a quelle del Delta del Po, fino a zone costiere come la Versilia, il pregio di questi molluschi dipende dai nutrienti marini, dai tempi e dagli investimenti per la coltura. Ecco perché non si possono vendere a pochi spiccioli. Abbassare l’Iva potrebbe dare, però, una boccata d’ossigeno a chi produce e a chi acquista.

Che siano ostriche o assorbenti, cozze o altri beni indispensabili, l’auspicio è che ogni scelta politica miri a un equilibrio. Ben venga l’aiuto a un settore in crisi (come quello della pesca) e ben venga l’idea di rendere meno “chic” – cioè più accessibile – un prodotto alimentare che, in fin dei conti, è ricco di nutrienti e si difende bene dal granchio blu. Allo stesso tempo, forse varrebbe la pena ricordarsi di altri prodotti, come gli assorbenti, che sono bene indispensabile per metà della popolazione e che – ironia della sorte – pagano ancora un’Iva troppo alta.

L’importante è che, tra una degustazione di ostriche e un convegno sulle politiche fiscali, non si perda di vista l’obiettivo più semplice: non confondere ciò che è davvero un lusso con ciò che, invece, è semplicemente “troppo caro”. E magari, con un po’ di realismo e qualche grammo di sarcasmo, fare scelte che rendano la vita più facile tanto ai pescatori in difficoltà quanto alle donne (e a chiunque) alle prese con i costi di prodotti essenziali. Perché sì, le ostriche sono buone, ma siamo onesti: un assorbente serve molto più spesso!

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