Il corteo di "A Foras" sfida il divieto della Questura. Tra bandiere palestinesi e volti travisati, la cronaca di un sabato di tensione: stop forzato sotto il Bastione e identificazioni di massa.
CAGLIARI – C’è un limite sottile tra il diritto al dissenso e l’arroganza della sfida. Un limite che sabato, tra le vie del centro di Cagliari, è parso sbiadire sotto il peso di uno slogan che è già una dichiarazione di guerra: «Ricordare e resistere».
Il palcoscenico è quello di "A Foras", l’organizzazione che ha deciso di ignorare il "no" della Questura. Gli uffici di via Amat erano stati chiari: la manifestazione è stata giudicata «antagonista e confliggente». Un diniego che, in uno Stato di diritto, dovrebbe bastare a chiudere il discorso. Ma, come insegna la saggezza popolare, "non c’è peggior sordo di chi non vuol sentire". E così, il sabato della memoria è diventato il sabato della disobbedienza.
La marcia vietata.
L’appuntamento è scattato in Piazza Garibaldi. Da lì, il serpente dei manifestanti ha iniziato a risalire il centro, puntando verso Piazza Yenne. All’arrivo, il colpo d’occhio raccontava una sovrapposizione di simboli: le bandiere palestinesi già schierate e, tra i manifestanti, diversi volti coperti. Un travisamento che mal si concilia con la sbandierata trasparenza della lotta civile.
Il momento di massima tensione si è consumato quando un troncone del corteo ha tentato la sortita verso il Bastione. Il metodo scelto è stato quello della guerriglia urbana a bassa intensità: accodarsi a un bus del CTM in servizio per forzare i blocchi. Un tentativo goffo di usare la mobilità cittadina come scudo umano per raggiungere il punto più alto della città.
L'intervento della Forza.
È stato allora che lo Stato ha smesso di essere un osservatore neutrale. Le Forze dell’Ordine hanno fatto scattare lo «stop ai manifestanti», sbarrando la strada verso la parte alta di Cagliari. È seguito il rito, quasi burocratico ma pesantissimo, delle identificazioni. Decine di persone sono finite sui taccuini della Digos, con i documenti in mano e il volto finalmente scoperto davanti all’obiettivo della legge.
L'analisi: quando la memoria perde il baricentro.
Il problema non è manifestare per la Palestina o contro le servitù militari; il problema è la fenomenologia del pretesto. Usare la giornata dedicata alla Shoah per una prova di forza "confliggente" svilisce entrambi i temi. È probabile, come trapela dalla Questura, che nei prossimi giorni arrivino i conti da pagare: denunce e Daspo urbani per chi ha scambiato il Giorno della Memoria per un campo di battaglia.
Resta l'amaro in bocca per una città che avrebbe meritato più silenzio e meno volti coperti. Perché se la memoria ha bisogno di essere "difesa" con i manganelli o con le forzature, significa che abbiamo smesso di capire cosa stiamo ricordando.