Dazi e pecore, la trincea di Manhattan. Il Pecorino Romano sfida Trump dal "Bucatini": "Non siamo una minaccia, ma un affare per tutti"

Il Consorzio chiude a New York la campagna promozionale e apre il fronte diplomatico. Maoddi avverte la Casa Bianca: "Colpire noi significa licenziare lavoratori americani". L'export vale 160 milioni.

NEW YORK – Mentre alla Casa Bianca si rispolverano i vecchi arnesi del protezionismo e la parola "dazio" torna a far tremare le cancellerie europee, c'è chi ha deciso di non aspettare la tempesta ma di affrontarla sul campo. Al ristorante "Bucatini", nel ventre di Manhattan, il Consorzio di Tutela del Pecorino Romano DOP ha chiamato a raccolta importatori, stampa e istituzioni. L'obiettivo è chiaro: difendere il formaggio simbolo dell'export sardo (e italiano) dalle politiche di chiusura dell'amministrazione Trump.

L'occasione ufficiale era la chiusura del progetto triennale "Pecorino Romano on Top", finanziato dall'UE, ma l'aria che tirava era quella della trincea commerciale. Gli Stati Uniti non sono un mercato qualunque: sono il primo sbocco estero della Dop, un canale che assorbe oltre il 60% dell'export. Il presidente del Consorzio, Gianni Maoddi, ha messo sul tavolo un argomento che dovrebbe essere caro ai pragmatici americani: i soldi. “Il mercato americano non è solo il nostro principale partner commerciale, ma una parte integrante della filiera del Pecorino Romano”. Il ragionamento è semplice: se Trump alza le tasse doganali, non piangono solo i pastori sardi, laziali e toscani, ma anche le aziende a stelle e strisce. “Parliamo di un prodotto con oltre duemila anni di storia, unico e non replicabile, che genera valore condiviso su entrambe le sponde dell’Atlantico”, ha spiegato Maoddi, ricordando che il business coinvolge lavoratori americani nelle fasi di porzionatura, confezionamento e distribuzione.

I numeri della battaglia. Per capire la posta in gioco, basta guardare i registri contabili. Il Pecorino Romano, prodotto per il 95% in Sardegna (il resto tra Lazio e Grosseto), muove un esercito di 25mila operatori, 8.600 allevatori e 44 caseifici. Il valore complessivo supera i 450 milioni di euro, e di questi, circa 160 milioni dipendono direttamente dai consumatori americani. Una cifra che non si può mettere a rischio per capricci geopolitici.

Lobbying a Washington. Non a caso, accanto ai brindisi e alle degustazioni, il Consorzio ha avviato un'attività di lobbying "bipartisan" a Washington, parlando con i membri del Congresso per spiegare che i dazi sarebbero un boomerang per l'economia italo-americana. Sul fronte della promozione, il direttore Riccardo Pastore ha rivendicato i risultati degli ultimi tre anni: “Abbiamo raccontato il Pecorino Romano non solo come ingrediente, ma come eccellenza con una storia, puntando su qualità, autenticità, benefici nutrizionali e versatilità in cucina”.

L'appoggio diplomatico. A dare copertura politica all'operazione c'era il Console Generale d'Italia a New York, Giuseppe Pastorelli. “L’iniziativa ‘PR on Top’ dimostra come la qualità e la tradizione del Pecorino Romano DOP siano fortemente apprezzati in un mercato strategico come quello statunitense”, ha dichiarato il diplomatico. Pastorelli ha poi sottolineato l'importanza del dialogo commerciale: “Eventi come quello al ristorante Bucatini, non solo celebrano un prodotto italiano d'eccellenza culinaria, ma sono momenti importanti di dialogo da incoraggiare tra produttori, importatori e distributori”.

La chiosa di Maoddi è un messaggio diretto a chi, nello Studio Ovale, decide le sorti del commercio mondiale: “Difendere il Pecorino Romano DOP significa difendere un modello di cooperazione internazionale che crea reddito, lavoro e valore culturale. In un momento segnato dal ritorno delle tensioni commerciali, il nostro impegno è far capire che questo formaggio non è una minaccia per l’economia americana, ma un’opportunità condivisa”.

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