«Per questo continuo a dire che la violenza non inizia con uno schiaffo. Inizia con una bugia».
È da qui che parte il racconto di Patrizia Cadau, autrice e attivista impegnata sul tema della violenza domestica. Un racconto lucido, durissimo (com'è giusto che sia), nel quale la violenza non appare mai come un episodio isolato, ma come un meccanismo che va avanti piano, capace di insinuarsi nella quotidianità fino a modificarne le regole, il linguaggio e perfino la percezione di sé.
«La domanda contiene già un equivoco: l'idea che esista un momento nel quale la violenza si mostri chiaramente per quello che è e che, da quel momento in poi, una persona debba semplicemente riconoscerla. Nella mia esperienza non è andata così.
La violenza non si presenta come violenza. Si presenta come una relazione. Si presenta come amore, interesse, premura, fragilità da comprendere. Arriva sempre accompagnata da una spiegazione plausibile che rende accettabile ciò che, osservato dall'esterno, apparirebbe immediatamente inaccettabile».
Cadau descrive un procedere lento, quasi impercettibile, fatto di continui spostamenti di responsabilità.
«È la bugia che ti convince che hai capito male. Che sei troppo sensibile. Che sei esagerata. Che hai frainteso. Che quella frase non voleva dire ciò che hai sentito. Che quel comportamento è la conseguenza del tuo carattere, della tua reazione o di un tuo errore. A poco a poco la responsabilità si sposta sempre nella stessa direzione. Quando lui controlla, il problema diventa la tua diffidenza. Quando lui umilia, il problema diventa la tua suscettibilità. Quando lui mente, il problema diventa la tua incapacità di fidarti. La violenza comincia nel momento in cui qualcuno riesce a trasformare sistematicamente la propria responsabilità in una tua colpa».
Ed è proprio questa progressione graduale, racconta, a rendere la violenza così difficile da riconoscere mentre la si vive.
«La violenza non si manifesta mai tutta insieme. Nessuno accetterebbe una pistola puntata alla testa al primo appuntamento. Ci si arriva attraverso una progressione lenta, quasi impercettibile, fatta di adattamenti successivi che finiscono per modificare la percezione di ciò che è normale e di ciò che non lo è. Quando una donna entra in una relazione violenta non sa di essere entrata in una relazione violenta. Crede di essere entrata in una relazione. Ed è questa la mimetizzazione più efficace».
La consapevolezza, spiega, non è arrivata all’improvviso.
«Non ricordo un momento preciso. La consapevolezza non è arrivata come un fulmine. È arrivata come una somma. Per molto tempo ho continuato a pensare che il problema fosse risolvibile. Credevo che bastasse trovare le parole giuste, evitare alcuni argomenti, gestire meglio i conflitti o comprendere meglio le fragilità dell'altra persona».
Poi, lentamente, qualcosa cambia.
«Mi sono resa conto che stavo organizzando la mia vita attorno alla prevenzione della sua violenza. Non decidevo più in funzione di ciò che desideravo fare. Decidevo in funzione di ciò che avrebbe potuto evitare una reazione. È stato allora che ho capito che non stavo più vivendo una relazione. Stavo gestendo un pericolo».
Ma l'arrivo più doloroso, racconta, è arrivato quando ha capito che quella violenza non stava colpendo soltanto lei.
«A un certo punto mi sono resa conto che una parte enorme delle mie energie non veniva più impiegata per vivere, per progettare il futuro o semplicemente per godermi i miei figli. Veniva impiegata per contenere il danno. Per anticipare le crisi. Per evitare le conseguenze. Per cercare di mantenere un equilibrio che diventava ogni giorno più fragile».
E ancora:
«Perché a un certo punto ho capito che non stavo più proteggendo la mia famiglia. Stavo proteggendo la mia famiglia dalla persona che avrebbe dovuto farne parte».
Nel suo libro, “Volevate il silenzio – Avete la mia voce”, Cadau parla di un “multiverso della violenza”: «Perché la violenza non è un'esperienza unica e lineare. Quando se ne parla, si pensa quasi sempre all'aggressione fisica. In realtà quella è spesso soltanto una delle sue manifestazioni. Esistono la violenza psicologica, economica, assistita, giudiziaria, istituzionale e sociale».
Nel suo percorso, racconta, ha avuto spesso «la sensazione di muoversi all'interno di un sistema di stanze comunicanti».
«Ogni volta che pensavo di essere uscita da una forma di violenza, mi ritrovavo nella successiva. Cambiavano gli strumenti, cambiavano i protagonisti, cambiavano perfino i luoghi, ma la logica restava sorprendentemente la stessa».
Il “multiverso”, spiega, è anche una realtà parallela.
«La violenza costruisce una realtà parallela. Un mondo rovesciato che dall'esterno appare assurdo e incomprensibile, mentre dall'interno diventa progressivamente normale. È un luogo nel quale la vittima finisce per sentirsi responsabile della violenza che subisce, nel quale il controllo viene scambiato per protezione, la paura per amore e il silenzio per pace».
Nel racconto di Cadau emerge anche la difficoltà di confrontarsi con lo sguardo sociale e con le resistenze culturali che spesso accompagnano questi percorsi.
«Paradossalmente non è stato convincere i giudici. I giudici hanno il compito di valutare prove, testimonianze, documenti e fatti. Molto più difficile è stato confrontarmi con il bisogno, profondamente umano ma estremamente diffuso, di negare ciò che la violenza racconta di noi come società».
E ancora:
«La parte più difficile è stata sopportare il numero di persone che avevano bisogno che non fosse accaduto».
Secondo Cadau, molte persone preferiscono immaginare «una donna esagerata, rancorosa o inattendibile» piuttosto che accettare che la violenza possa esistere davvero accanto a loro.
«Ho imparato che la violenza non produce soltanto vittime. Produce anche resistenze. Resistenze culturali, sociali e perfino emotive».
Oggi continua a parlare pubblicamente di violenza di genere e di linguaggio, convinta che uno degli aspetti più sottovalutati sia proprio la capacità della violenza di travestirsi da normalità.
«Quando una donna si convince di essere lei il problema, smette di interrogarsi su ciò che le viene fatto e comincia a interrogare sé stessa. Cerca spiegazioni, si adatta, modifica comportamenti, investe energie enormi nel tentativo di correggere qualcosa che, in realtà, non dipende da lei».
Per questo, dice, «la prevenzione non può limitarsi a insegnare alle donne come difendersi dalla violenza».
«Si dovrebbe insegnare a tutti come riconoscerla quando indossa una maschera».
Nel libro, la scrittura diventa anche un modo per riprendersi la propria storia.
«Finché una storia resta confinata nella memoria continua a cambiare forma. Si frammenta, si confonde, riaffiora nei momenti più inattesi. Metterla sulla carta ha significato restituirle dei confini».
E soprattutto:
«Per la prima volta non ero più soltanto la persona che aveva vissuto quella storia. Ero anche la persona che la stava raccontando».
«Scrivere è stato il momento in cui ho smesso di essere soltanto un personaggio all'interno della storia di qualcun altro e sono diventata l'autrice della mia».
Oggi quella storia non occupa più tutto lo spazio della sua identità.
«Non sono più definita da ciò che ho subito. Sono definita da ciò che ho scelto di fare dopo. La libertà comincia quando torni a essere qualcosa di più della tua ferita».
E se potesse parlare alla donna che era anni fa, dice, probabilmente le direbbe soltanto questo: «Non è colpa tua. Non ti meriti niente di quello che stai vivendo. E sei bellissima esattamente così come sei».