La geopolitica ha le sue ferree regole morali, ma i contatori del gas girano inesorabili e le bollette, alla fine del mese, presentano sempre il conto. Da quando le forniture da Mosca sono diventate il grande tabù europeo in seguito al conflitto ucraino, la strategia energetica italiana ha vissuto di faticosi equilibrismi, corse ai rigassificatori e febbrile diplomazia in Nord Africa. Eppure, il fantasma del gas russo, un tempo linfa vitale del nostro sistema industriale, non ha mai smesso di aleggiare sui destini delle imprese.
Fino a poco tempo fa, suggerire di riaprire anche solo uno spiraglio per i rubinetti siberiani era garanzia di scomunica politica immediata. Ne sa qualcosa Michele Marsiglia, presidente di Federpetroli, finito recentemente nel mirino delle polemiche per aver osato prospettare un disgelo energetico con la Russia, trovando peraltro sponda nelle posizioni del Ministro Matteo Salvini. Oggi, a distanza di pochi giorni a dir il vero, però, il clima sembra mutato. A scalfire il muro, secondo quanto riporta lo stesso Marsiglia, sarebbe stato il pragmatismo di Claudio Descalzi, numero uno di Eni, l'uomo che più di ogni altro ha in mano la bussola energetica del Paese e che conosce perfettamente il peso dei costi di approvvigionamento sulla tenuta del sistema.
Le parole del presidente di Federpetroli, affidate all'agenzia LaPresse, sanno di rivincita politica e tracciano la rotta per le prossime mosse dell'esecutivo: «Anche l’ad di Eni Claudio Descalzi ha dato il nulla osta a valutare la ripresa delle importazioni di Gas dalla Russia. Dopo settimane di attacchi che ho subito per avere sostenuto posizioni di apertura al gas russo in Italia, rivolti anche al Ministro Salvini, le proposte che ho presentato due settimane fa con FederPetroli agli esponenti di Governo si stanno concretizzando: utilizzare Eni come ‘nave portante’ dell’energia italiana per risolvere questa brutta crisi energetica. Adesso andiamo avanti nell’Interesse Strategico Nazionale per preservare famiglie e imprese da aumenti in bolletta».
Il dibattito, dunque, esce dalle stanze chiuse e torna di dominio pubblico. Spogliato dalle necessarie convenienze diplomatiche, il dilemma si ripresenta nella sua forma più cruda: il mantenimento di una linea di rigidità geopolitica o la sostenibilità economica del tessuto produttivo. Se la "nave portante" dell'energia italiana dovesse davvero valutare una correzione di rotta, per il Paese significherebbe tornare a fare i conti con la più antica delle leggi, la realpolitik, dove il prezzo della sopravvivenza industriale finisce per pesare quanto i trattati internazionali.