Il respiro di Hormuz e il tabù del gas russo: la geopolitica del greggio tra macerie e nuovi assi politici

Il battito cardiaco dell'economia globale si misura in barili e viaggia sull'acqua. La notizia del cessate il fuoco tra Stati Uniti e Iran restituisce una tregua, seppur precaria, a uno dei nodi nevralgici del commercio mondiale. Al centro della scena torna lo Stretto di Hormuz, quel braccio di mare largo appena una trentina di chilometri che separa la Penisola Arabica dalle coste iraniane . Da questo stretto budello transita quotidianamente quasi un terzo del petrolio trasportato via mare a livello globale.

A decodificare l'impatto immediato della tregua è Michele Marsiglia, presidente di Federpetroli, l'organizzazione non sindacale e di categoria che rappresenta l'industria italiana del settore estrattivo e della raffinazione. In un intervento rilasciato all'agenzia Adnkronos l'8 aprile, Marsiglia inquadra la portata dell'evento, smorzando però i facili entusiasmi logistici: «La riapertura dello stretto di Hormuz, anche se solo per due settimane, darà respiro al mercato fisico delle merci, non solo per gas e idrocarburi. Dovremo vedere cosa arriverà in Italia e, soprattutto, come verranno ripresi i temi dell'approvvigionamento, se arriveranno gli ordini delle aziende e il carburante per gli aerei, perché nell'ultimo mese è stato stravolto l'interno meccanismo commerciale».

Le infrastrutture colpite e l'ombra della speculazione Il ritorno alla navigazione non coincide automaticamente con la ripresa della produzione a pieno regime. Il conflitto ha lasciato ferite strutturali profonde. Marsiglia avverte che l'operatività degli impianti petroliferi e del gas estrattivo non sarà al 100%, sollevando pesanti interrogativi persino sulle capacità fisiche di imbarcare i prodotti sulle navi superstiti.

In questo scenario di incertezza materiale, prospera l'alta finanza. Il mercato ha immediatamente reagito abbassando il valore del Brent, l'indice di riferimento globale per il prezzo del greggio (il cui nome deriva originariamente da un giacimento nel Mare del Nord). Il calo di 14 punti ha riportato il barile poco sotto la soglia psicologica dei 95 dollari. Una fluttuazione che, come sottolinea il presidente di Federpetroli, non avvantaggia necessariamente il consumatore finale: «Ci sarà una forte speculazione sul mercato del greggio e il clima ha permesso agli investitori di fare ottimi guadagni».

Gli scossoni del mercato energetico si traducono rapidamente in sismologia politica. Negli Stati Uniti, il superamento della soglia dei 4 dollari al gallone per i carburanti ha generato un diffuso scontento popolare, colpendo direttamente il gradimento dell'amministrazione Trump. Una dinamica che conferma l'instabilità di un quadrante che Marsiglia definisce «in grande confusione», avvertendo che sulla tenuta della tregua «non possiamo mettere la mano sul fuoco: Israele si asterrà da alcuni attacchi, ma non sulla parte sud del Libano».

L'asse con Salvini e il ritorno a Mosca Se sul fronte mediorientale la situazione appare fragile, sul piano della politica interna italiana le posizioni dell'industria petrolifera si fanno granitiche. In una dichiarazione rilasciata all'agenzia LaPresse il 9 aprile, Marsiglia sposta il baricentro dell'analisi sulle scelte dell'esecutivo, blindando l'operato del Ministro delle Infrastrutture e dei Trasporti in materia di approvvigionamenti: «Il ministro dei Trasporti Matteo Salvini è l’unico che ad oggi ci mette la faccia per salvare l’Italia e la propria energia. Sulle parole del Ministro durante l’incontro alla Stampa Estera il nostro appoggio è completo. La nostra posizione è chiara: qualsiasi piano di razionamento e smart working per diminuire i consumi sono misure senza senso. E se qualcuno in Italia rema contro l’indotto petrolifero, è evidente, vediamo invece la politica del Ministro Salvini nella sua concretezza: in pochi giorni ha trasformato le sue parole in fatti».

Il pragmatismo invocato da Federpetroli tocca anche il nervo scoperto degli extra profitti, ovvero la tassazione eccezionale che gli Stati impongono alle aziende energetiche per recuperare i guadagni spropositati derivanti dalla volatilità delle guerre. «Sugli extra profitti ci sarà da discutere. Bisogna che si capisca bene la struttura finanziaria dell’indotto dell’Oil & Gas», frena Marsiglia, richiamando la necessità di tutelare quello che definisce «Interesse Strategico Nazionale» per alleggerire le bollette.

Ma è in chiusura che il presidente di Federpetroli sgancia la vera bomba diplomatica, alludendo a un silenzioso riposizionamento dell'Italia verso le storiche fonti di approvvigionamento dell'Est Europa: «E sul gas dalla Russia, siamo sulla buona strada, pian piano».

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