La fortezza persiana non crolla. L'ossessione americana per il greggio e il "rischio calcolato" nel Golfo

Mentre l'Occidente scommette ciclicamente sulla caduta degli Ayatollah, Teheran resta il perno degli equilibri energetici. Marsiglia (Federpetroli): "Regime saldo. Per gli Usa l'Iran è come il Venezuela: petrolio che non riescono a toccare".

Guardare la mappa, prima di ascoltare la retorica. Mentre in Occidente ci si illude ciclicamente che le piazze di Teheran possano rovesciare la teocrazia sciita dall'oggi al domani, per abitare gli stilemi occidentali, fa sorridere soltanto dirlo, ricordiamo che l'impero persiano è in piedi da oltre ventisette secoli, la realtà dei rapporti di forza ci racconta un’altra storia. L'Iran è una fortezza geografica e politica che presidia il "cuore del mondo". E Washington, nonostante la pressione, lo sa perfettamente.

A confermare che la struttura profonda del potere persiano è ben lungi dall'implodere è l'analisi fredda di Michele Marsiglia, presidente di Federpetroli, che sgombra il campo dalle suggestioni mediatiche: “Il Regime degli Ayatollah ad oggi è molto saldo e nonostante le proteste, lo Stato politico iraniano condiziona ancora le politiche energetiche internazionali”.

La simmetria con Caracas La strategia americana si scontra con un paradosso imperiale: la necessità di controllare le risorse e l'impossibilità di prenderle con la forza. C'è un filo rosso che lega il Caribe al Golfo Persico. Secondo Marsiglia, la dinamica è speculare: “Come la fotografia Venezuela, l’interesse USA per l’Iran da decenni è quello del petrolio che non riescono a toccare, inserendo uno dei maggiori produttori mondiali di greggio e membro OPEC in regime di sanzioni, causa anche di un programma di arricchimento dell’uranio”. Le sanzioni, dunque, come l'arma economica di chi non può usare quella militare per appropriarsi, o quantomeno gestire, i rubinetti di uno dei giganti dell'OPEC. Con un cortocircuito di fondo: gli imperi non vivono di economia.

La polveriera mediorientale Tuttavia, tra Caracas e Teheran c'è una differenza abissale di peso specifico e di conseguenze cinetiche. Se il Venezuela è il "cortile di casa" gestibile con pressioni diplomatiche o operazioni di intelligence, l'Iran è il detonatore di un'area ben più vasta e infiammabile, è un Impero. L'Impero americano sa di camminare sulle uova. “Se con il Venezuela la situazione è più gestibile, agendo sull’Iran la movimentazione del Medio Oriente e del’Islamismo radicale potrebbe esplodere”, avverte il numero uno di Federpetroli.

Il rischio è sistemico. Un'azione diretta o una destabilizzazione incontrollata in quell'area geografica non significherebbe solo un cambio di regime, ma uno shock globale. Perché, conclude Marsiglia con puro realismo, “toccare i paesi del Golfo Persico vuol dire mettere le mani sulle riserve petrolifere più grandi al mondo”. E nessuno, nemmeno Washington, può permettersi di far saltare in aria la stazione di servizio del pianeta.

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