Il raid su Teheran elimina la Guida Suprema e i vertici militari. La rappresaglia iraniana infiamma il Golfo.
La strategia di Washington non è la pace, ma il cambio di regime. Il pendolo del terrore tra Israele, Usa e l'Asse della Resistenza.
di Pasqualino Trubia
Alghero – Il Medio Oriente è in fiamme, ma la retorica della pace è già cenere. L'uccisione della Guida Suprema iraniana, l'ayatollah Ali Khamenei, azzera i tatticismi e svela la cruda postura imperiale degli Stati Uniti. Il raid congiunto israelo-americano su Teheran, che ha decapitato non solo il leader spirituale e politico ma anche i vertici militari (il ministro della Difesa Aziz Nasirzadeh e il capo di Stato maggiore Sayyid Abdolrahim Mousavi), è l'esecuzione plastica di un progetto egemonico.
Il cambio di regime come dottrina
Donald Trump, tornato alla Casa Bianca, non usa la diplomazia per stabilizzare l'area, ma la forza per rovesciare lo status quo. Le sue dichiarazioni alla Cbs («Ci sono alcuni buoni candidati per guidare l'Iran») certificano la volontà di Washington di forzare un cambio di regime a Teheran. L'America non cerca l'equilibrio con gli ayatollah, cerca la loro estinzione politica, sfruttando la debolezza strutturale di un Paese fiaccato da sanzioni economiche e malcontento interno.
Il monito affidato ai social dal presidente Usa è il lessico nudo del potere: «L'Iran ha dichiarato che oggi colpirà molto duramente, più duramente di quanto non lo abbia fatto prima. È meglio che non lo facciano, tuttavia, perché se lo facessero li colpiremmo con una forza mai vista prima!». Non c'è spazio per la deterrenza proporzionata. C'è solo la minaccia dell'annientamento.
La rappresaglia e il blocco di Hormuz
Teheran, orfana della sua guida dal 1989, reagisce per istinto di sopravvivenza. La transizione è affidata al presidente Masoud Pezeshkian e ai vertici della magistratura, ma la risposta militare è immediata. L'Iran ha scatenato la rappresaglia contro l'intero dispositivo militare ed economico statunitense e alleato nel Golfo.
I missili hanno bersagliato Israele (costringendo la popolazione nei rifugi), le basi Usa a Erbil in Iraq, a Manama nel Bahrein e a Doha in Qatar. Colpito anche l'aeroporto di Dubai, cuore nevralgico degli Emirati Arabi Uniti. Ma la mossa geopoliticamente più devastante è la chiusura dello Stretto di Hormuz. Bloccare il collo di bottiglia dove transita un quinto del petrolio mondiale significa strangolare l'economia globale per costringere l'Occidente a fermare la mano armata di Israele e Stati Uniti.
La frammentazione dell'area
La reazione a catena infiamma le piazze. Mentre in Iran si scontrano le fazioni tra chi piange la Guida e chi spera nella caduta del regime, in Iraq la folla tenta l'assalto alla Zona Verde di Baghdad per colpire l'ambasciata americana.
Il presidente del Parlamento iraniano, Mohammad Bagher Ghalibaf, traccia la linea rossa del non ritorno:
«Ci siamo preparati per questi momenti e abbiamo preso in considerazione tutti gli scenari. Stati Uniti e regime sionista hanno oltrepassato le nostre linee rosse e ne subiranno le conseguenze».
L'obiettivo di Teheran ora non è vincere una guerra convenzionale (impossibile contro il potenziale Usa), ma infliggere un costo asimmetrico insopportabile alle infrastrutture americane e ai Paesi arabi sunniti che ospitano le basi occidentali. L'America di Trump ha scommesso sul crollo del sistema teocratico colpendone la testa. Il rischio è che le macerie sommergano l'intero Golfo Persico.