Sta girovagando sui social un esercito di “leoni da tastiera” che, alla notizia della morte di Ali Khamenei, si è svegliato di colpo e si è lanciato in commenti da pugno nello stomaco: una miscela di pochezza ideologica, retorica vuota e strafalcioni grammaticali che lascia più imbarazzo che scandalo.
La maggior parte dei post è un insieme di cliché mal digeriti: «Buongiorno Khamenei, sembra sia morto e noi non piangiamo», «fine di un dittatore», «finalmente la fine di uno dei più malvagi della storia», disseminate come frasi da cartolina da quattro soldi sotto un’atrocità mediatica globale. Nessun tentativo di capire cosa significhi, in concreto, la scomparsa di una figura così centrale per l’Iran, la regione e il sistema delle opposizioni interne: tutto si riduce a una selfie-morale, come se bastasse esultare su WhatsApp per sentirsi già parte della storia. Si assiste a un balletto di indignazione da smartphone, dove chi ieri non sapeva nemmeno pronunciare “Khamenei” oggi sente il dovere di giudicare epoche, politiche estere e rivolte giovanili, senza una linea precisa, ma con un tono sempre più aggressivo e più vuoto. La qualità dei commenti è talmente bassa che si riducono a poche frasi fatte, ripetute in loop da account senza memoria: “barbarie”, “tiranno”, “fine di un’era”, incollate l’una sull’altra senza alcun tentativo di spiegare cosa, di fatto, sia stata quell’era.
Accanto a questa pochezza di contenuti c’è una vera e propria discesa libera della lingua: articoli saltati, congiuntivi martoriati, verbi trascinati in modo selvaggio, frasi in cui il soggetto se ne va in giro da qualche altra parte del mondo. Si leggono commenti in cui “Khamenei” compare scritto in almeno tre modi diversi nella stessa conversazione, dove “Iran” e “Iraq” si confondono come se fossero due nomi simili su un’etichetta Ikea, e dove la sintassi è una terra di nessuno in cui aggettivi e verbi sono semplicemente sparati in sequenza. La colpa è spesso data a “sistema”, “religione”, “stato”, “società”, come se si trattasse di un unico ammasso indistinto, mentre la capacità di analisi è pari a quella di un primino in ritardo con la grammatica. Si impongono giudizi su “l’Islam” intero, su “i musulmani”, su “il Medio Oriente”, come se si stesse parlando di un solo blocco culturale, senza distinguere tra repubblica islamica, sette, minoranze, opposizioni, mentre la stessa scrittura del post è un omaggio involontario alla diseducazione linguistica di massa.
La vera durezza che emerge da questo circo non è tanto l’odio esplicito, quanto la sua mediocrità: la spartizione emotiva tra “buoni” e “cattivi” in modo automatico, senza alcun tentativo di conoscere il contesto, la storia del paese, il ruolo del muršid-e a‘zam, le dinamiche interne tra Pasdaran, guardia rivoluzionaria e opposizione. Si gioisce in modo sguaiato, come se la morte di un uomo che ha governato un intero regime venisse a sanare da sola le colpe di un sistema, senza che il leone da tastiera si chieda chi lo sostituirà, che tipo di Iran potrebbe emergere, quali rischi per i diritti civili e le minoranze. In tutto questo, la cosa più sgradevole è la sensazione di un’Italia che si sveglia solo per esprimere moralismo da divano, accompagnato da un’ignoranza linguistica e culturale che non vergogna più nemmeno di mostrarsi. Commentare la morte di una figura politica così complessa con frasi da bar, errori di grammatica degni di un esame da recupero e una visione del mondo ridotta a due emoticon, non è “libertà di opinione”: è pochezza, e purtroppo anche una forma di provincialismo che non si limita alla tastiera, ma si riflette in un’intera classe di cittadini che preferisce simulare il pensiero piuttosto che spenderci tempo e fatica.