Il Festival della Canzone smarrisce la musica e l'italiano. Conti e Pausini non decollano.
Can Yaman fa da arredamento per salvare la scena. Kabir Bedi rimpiange la scimitarra di Sandokan e le canzoni scatenano i santi in paradiso.
di Simone Arbus
Sanremo – Il Festival della Canzone Italiana ha smarrito la canzone. La kermesse perde la bussola e si trasforma in una farsa televisiva. Il bilancio della prima serata all'Ariston si riassume nel vocabolario popolare romano: «Na sola». Il racconto televisivo si sbriciola tra imbarazzi tecnici, scelte artistiche incomprensibili e un pentagramma da dimenticare.
Il naufragio tecnico
La macchina perfetta della Rai si inceppa. La serata vive su «la differita che non ti aspetti». I problemi audio prendono il sopravvento, con «i microfoni che si spengono dall'imbarazzo». Al timone della barca c'è una strana coppia. La dinamica tra i conduttori non funziona. In video sembrano «Laura e Carlo come kikko e spillo». La dinamica è forzata. Da una parte la cantante che «purtroppo c'è e ricorda a Carlo che lei vorrebbe cantare». Dall'altra, il disorientamento per la resa televisiva e «la differenza tra la Pausini originale e la replicante».
Gli ospiti e la scimitarra
Per salvare l'occhio, la regia si aggrappa ai muscoli e all'estetica. La presenza fisica di Can Yaman riempie il vuoto e «migliora visibilmente la scenografia diversamente non si sarebbe salvata neppure quest'ultima». Poi tocca alle vecchie glorie. L'apparizione di Kabir Bedi è una parentesi nostalgica, ma l'attore incassa e porta a casa. Visto l'andazzo generale, probabilmente «avrebbe preferito scendere dalle scale del teatro Ariston con la sciabola di Sandokan per fare un po' di giustizia».
Fuori dal teatro la situazione peggiora. I collegamenti marittimi propongono un Max Pezzali armato del solito repertorio. Le sue storiche hit sparate dalla nave da crociera «hanno fatto venire il mal di mare anche a chi non era a bordo».
Musica assente
Il cuore del disastro resta la gara. Scegliere il brano migliore è un'operazione complessa, per totale mancanza di materia prima. L'asticella qualitativa è rasoterra, al punto che «probabilmente il picco piu' alto e' stato raggiunto durante la pubblicità». Le esibizioni propongono brani inconsistenti, scarti discografici «che non si vorrebbero trovare neppure come sorpresa nelle patatine».
Un oltraggio alla storia della manifestazione. Il pensiero va ai grandi della musica italiana che non ci sono più, costretti ad assistere allo scempio. I maestri del passato «fanno a gara per chi si rivolterà più volte nella tomba». Il Festival va in onda, ma la musica ha cambiato canale.