Caro benzina, il falso mito della speculazione alla pompa. Chi ci guadagna (e chi ci perde) sui rincari

Caro benzina, il falso mito della speculazione alla pompa. Chi ci guadagna (e chi ci perde) sui rincari Il prezzo del carburante torna a volare e la rabbia degli automobilisti si scarica sui distributori locali. Ma l'analisi economica smonta l'accusa: ai benzinai restano le briciole. Il nodo delle scorte mensili e la dinamica "del razzo e della piuma" delle grandi compagnie.

Due euro al litro, e la caccia al colpevole ricomincia puntuale come a ogni fiammata geopolitica. Con il prezzo del petrolio spinto in alto dalla crisi mediorientale, l'automobilista italiano vede svuotarsi il portafogli alla pompa e punta istintivamente il dito contro l'ultimo anello della catena: il benzinaio. L'accusa popolare è semplice e diretta: stanno speculando sulle disgrazie internazionali per gonfiare i profitti.

Ma l'analisi nuda e cruda dei numeri e dei meccanismi di mercato restituisce una fotografia diametralmente opposta. Il distributore sotto casa, numeri alla mano, è spesso la prima vittima (dopo il consumatore) delle crisi energetiche.

La matematica del pieno: lo Stato si prende il 60% Per smontare il mito del benzinaio speculatore basta guardare come si scompone il prezzo che paghiamo al distributore. Il titolare della pompa (che nella stragrande maggioranza dei casi è un lavoratore autonomo in franchising, non un dipendente della multinazionale) non incassa due euro puliti per ogni litro erogato.

Circa il 60% dell'importo se ne va immediatamente nelle casse dello Stato sotto forma di tasse: l'Iva e, soprattutto, le accise (imposte fisse sulla quantità di carburante venduto, recentemente ritoccate al rialzo per il diesel). Il restante 40% è il cosiddetto "prezzo industriale", ovvero il costo vivo della materia prima e del trasporto, che finisce dritto nelle tasche delle grandi compagnie petrolifere.

Al benzinaio cosa resta? Un margine lordo stimato intorno al 10% del prezzo industriale. Parliamo di circa 5 centesimi lordi per ogni litro venduto. Da quelle briciole, il gestore deve togliere le spese di gestione, l'affitto, gli stipendi dei dipendenti e le proprie tasse.

L'alibi delle scorte e l'aumento istantaneo L'altra accusa frequente rivolta ai distributori è l'immediatezza dei rincari: "La guerra è scoppiata ieri, perché oggi la benzina costa già di più se la cisterna l'hai riempita la settimana scorsa a un prezzo inferiore?".

Anche qui, la risposta è puramente contabile e legata alla sopravvivenza aziendale. Le piccole pompe di benzina non hanno cisterne infinite. Devono comprare nuovo carburante mediamente ogni mese. Quando il prezzo internazionale del barile schizza in alto, il gestore sa che la prossima fornitura (che dovrà ordinare a brevissimo) gli costerà molto di più.

Se non alzasse subito il prezzo della benzina che ha già in pancia (quella pagata meno), non avrebbe la liquidità sufficiente per comprare il nuovo carico al prezzo aggiornato. Chiuderebbe il mese in perdita e, non avendo grandi capitali di riserva, andrebbe rapidamente verso il fallimento. L'aumento istantaneo alla pompa è, per il piccolo gestore, uno scudo di sopravvivenza, non una speculazione.

Il vero guadagno: le compagnie e la "piuma" Se il benzinaio piange, chi ride? Il problema della speculazione (o, per usare termini tecnici, della massimizzazione del profitto in tempi di crisi) si sposta ai piani alti della filiera: le grandi multinazionali dell'energia.

A differenza del singolo gestore, i colossi petroliferi hanno scorte strategiche immense. Potrebbero, in teoria, assorbire i rincari internazionali attingendo ai barili comprati a basso costo nei mesi precedenti, mantenendo i prezzi bassi per il consumatore finale. Tuttavia, anche loro applicano la regola dell'adeguamento immediato per tutelarsi e, soprattutto, per sfruttare a proprio vantaggio quella che in economia viene definita la dinamica "del razzo e della piuma". Cosa si intende per dinamica "del razzo e della piuma"? È un comportamento ricorrente nel mercato dei carburanti. Quando il prezzo del petrolio greggio sale, i prezzi alla pompa schizzano verso l'alto immediatamente, veloci come un razzo. Ma quando la crisi finisce e il petrolio torna a costare poco, i prezzi al distributore scendono con una lentezza esasperante, fluttuando dolcemente come una piuma. In quel lasso di tempo (in cui il petrolio costa poco ma la benzina si paga ancora tanto), le grandi compagnie registrano i loro più alti margini di profitto.

La caccia allo speculatore, dunque, non va fatta guardando la tuta del benzinaio di quartiere, ma analizzando i bilanci di fine anno delle multinazionali e, non da ultimo, il gettito fiscale incamerato dallo Stato.

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