Il rapporto Caritas-Acli smaschera la retorica dei politici. Sei sardi su dieci non arrivano a fine mese.
Siamo padroni dei muri di casa, ma abbiamo il frigorifero vuoto. E il lavoro non salva più nessuno.
di Pasqualino Trubia
Nel Golfo Persico si sparano addosso. È scoppiata l'ennesima guerra. Qualcuno nei salotti buoni si straccia le vesti, fingendo il solito stupore benpensante: "Nel 2026 non dovrebbero esserci guerre". Fandonie. Finché ci sarà l'umano sulla terra, ci sarà il sangue. È la storia, da sempre. Ma mentre guardiamo i missili in televisione e discettiamo di geopolitica, fingiamo di non vedere il nodo scorsoio che ci stringe la gola qui, in casa nostra.
L'illusione dei progetti
I nostri politici e i burocrati dei convegni si riempiono la bocca di parole a buon mercato. Annunciano "piani strategici", invocano la "resilienza", promettono lo sviluppo. Disegnano il futuro. Ma che diamine di futuro puoi progettare se un sardo su tre ha l'acqua alla gola e vive di stenti?
Ieri, nelle stanze eleganti della Fondazione di Sardegna, la Caritas e le Acli hanno scodellato i numeri della nostra miseria quotidiana. È il rapporto "L'Italia delle Povertà". Numeri da brivido, che fanno a pugni con la retorica ufficiale.
Padroni e pezzenti
La fotografia dell'Isola è spietata. Sei famiglie su dieci (il 59 per cento, per l'esattezza) non riescono a mettere da parte un centesimo. È il record nazionale della canna del gas. Se si rompe il frigorifero, se bisogna cambiare la cinghia dell'automobile o pagare il dentista a un figlio, oltre la metà dei sardi (54,3%) va in tilt. Non ha i soldi per l'imprevisto. Vive alla giornata. Sopravvive.
C'è un paradosso atroce in questi numeri, che i sociologi chiamano "vulnerabilità". L'87,5 per cento dei sardi è proprietario della casa in cui abita. Abbiamo il mattone, ma non abbiamo la liquidità. Siamo un ceto medio decaduto e silenzioso: padroni dei muri, ma col conto in banca prosciugato.
Il lavoro che non salva
Il bollettino nazionale non è da meno. Ci sono oltre due milioni di famiglie in povertà assoluta. Ma la vera tragedia, quella che certifica il fallimento del nostro modello sociale, è un'altra: avere un impiego non basta più per sfuggire alla fame.
Oltre un lavoratore su dieci, in Italia, è a rischio indigenza. Lavorano, sudano, si spaccano la schiena, timbrano il cartellino, eppure restano poveri. Una volta si chiamava proletariato sfruttato. Oggi, per non disturbare la digestione ai tecnici del ministero, li chiamano con un asettico inglesismo: working poor. La sostanza non cambia: lo stipendio non basta per campare.
Le supercazzole dell'inclusione
E di fronte a questa Caporetto sociale, cosa propone la macchina dello Stato? Le elemosine a ostacoli. Le nuove misure del Governo, dall'Assegno di Inclusione in giù, distribuiscono sussidi col bilancino del farmacista, escludendo ampie fette di disperati solo perché, sulla carta, sarebbero "occupabili". Anche se un lavoro non ce l'hanno e non lo trovano. E anche trovandolo, come detto, potrebbe non bastare. Nei convegni si chiede di "superare la logica categoriale", di creare una "infrastruttura sociale", di "coprogettare". Gergo da addetti ai lavori per mascherare l'impotenza.
Lasciamo stare le guerre in Medio Oriente. Quelle le decidono i padroni del mondo e noi non possiamo farci nulla. A parte imprecare contro la pompa di benzina. Noi preoccupiamoci di non morire d'inedia nei nostri tinelli di proprietà. Prima di indire conferenze stampa sui "piani strategici", chi governa la Sardegna e l'Italia trovi il modo di sfilare questo cappio dal collo della gente. Altrimenti, i grandi progetti per il futuro li scriveremo direttamente sulle lapidi.