La crisi ci divora, ma il Natale resta un piatto da non perdere in Sardegna

  Che il Natale in Sardegna sia pieno di tradizioni culinarie è cosa nota, e se ci fosse solo da parlare di ravioli ripieni, arrosti saporiti e vini pregiati tutto andrebbe a meraviglia. Ma la verità è che non possiamo far finta di niente: siamo a un passo dal tracollo economico e la gente continua a illudersi che bastino due pranzi luculliani per dimenticare la stangata che ci piove addosso. Confartigianato ci dice che i sardi spenderanno mezzo miliardo di euro per alimentari e bevande, oltre 37 milioni in più rispetto all'anno scorso. Gioite, chef e sommelier, perché sembra tutto rose e fiori: i vostri menù di Natale fanno venire l’acquolina in bocca, e neanche la crisi può fermare le pietanze da urlo che sfornate in ogni angolo dell’Isola. Agnello, anguilla, stoccafisso, verze e cime di rapa: un paradiso per il palato. 

  Peccato che, sotto la tovaglia ricamata, celi una verità ben più amara. I rincari arrivano a toccare il 32% sui prodotti alimentari, la ristorazione ha prezzi in crescita del 4,4%, e c’è chi non sa come far quadrare i conti. Ci illudiamo che qualche piatto tradizionale a tavola basti a colmare l’ansia di fine mese, mentre la quota di famiglie in difficoltà continua a salire. E sapete qual è la beffa? Che la politica, le istituzioni, tutti fanno il balletto dei “non vi preoccupate, andrà tutto bene”, mentre la benzina schizza alle stelle e la vita costa sempre di più. Non stiamo dicendo di chiudere i ristoranti o di vietare il piacere di un buon pranzo natalizio. Ma se ogni volta che tiriamo fuori il nasco vinificato in bianco o la birra blanche speziata al coriandolo, dimentichiamo il mutuo che non riusciamo a pagare, allora vuol dire che siamo davvero alla frutta. E non parlo del panettone con la crema di mascarpone: parlo di un paese che si arrabatta con i bonus spesa mentre qualcuno stappa bottiglie d’annata. Pensiamo di cavarcela girando la testa dall’altra parte, magari anche solo per un paio di giorni, a suon di agnello con salsa di susine fermentate e panini gluten free. Ma è inutile fingere: il portafoglio piange. 

  Possiamo impacchettare la nostra miseria con la carta regalo più sfarzosa che troviamo, eppure resta un regalo sempre più difficile da scartare. La denuncia di Adiconsum parla chiaro: ci saranno famiglie costrette a scegliere se tagliare sul cenone o rinunciare a un paio di bollette. E allora, sì, i piatti tipici son buonissimi, così come i vini e i succhi speciali di mele rosse e melagrana. Ma non dimentichiamo che, fuori dalle nostre belle case addobbate, ci sono persone che avrebbero bisogno di qualcos’altro, oltre a un calice di Nuragus o a un tocco di stoccafisso in umido. In sintesi: la crisi ci sta sbranando, eppure cerchiamo di coprire l’odore di bruciato con le spezie di un menù natalizio. Che tristezza. Continuiamo pure a dirci che il Natale è salvo, a mangiare e bere come se fosse tutto a posto. Ma non lo è, e di questo passo non lo sarà ancora per molto. Prima o poi, dopo i bagordi, ci toccherà digerire anche il conto salato che la realtà ci presenterà, senza pietà.

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