Codice della strada: leggi nuove, vizi vecchi

  Quando si mettono le mani al Codice della Strada, i legislatori italiani sembrano mossi dalla stessa ambizione che guidava i filosofi medievali intenti a dibattere su quanti angeli potessero danzare sulla punta di uno spillo. Si discute, si aggiunge, si toglie, si complica, e alla fine si partorisce un mostro che riesce, contemporaneamente, a irritare gli automobilisti e a illudere i moralizzatori. Ora, con l’entrata in vigore delle nuove regole, ci dicono che l’Italia sta voltando pagina. Chi berrà anche solo un sorso di vino prima di mettersi al volante verrà fermato e punito. Chi si azzarderà a messaggiare col cellulare, a guidare con un piede nella fossa e l’altro sull’acceleratore, vedrà la propria patente evaporare come neve al sole. Tutto sacrosanto, s’intende. Le strade italiane sono, da sempre, campi di battaglia in cui non servono nemici: basta una curva, un semaforo ignorato, una distrazione, e la vita finisce in un lampo. Ma dietro questo nuovo rigore, mi permetto di dire, si nasconde la solita illusione che le pene bastino a educare un popolo che con la disciplina ha sempre avuto un rapporto difficile, se non conflittuale. 

  Si parla di sospensioni della patente per pochi giorni, come se sette o quindici fossero sufficienti a redimere chi guida ubriaco o sotto effetto di droga. Una settimana senza macchina non renderà improvvisamente un individuo consapevole, né più saggio: al massimo, lo farà arrabbiare. Lo stesso vale per i neopatentati, puniti con il tasso alcolemico zero nei primi tre anni. Punizione giusta, ma ipocrita, perché sappiamo tutti che il problema non è il ragazzino con un bicchiere di troppo, ma l'adulto che da anni scorrazza per le strade come se avesse una licenza di impunità. Le statistiche, d’altronde, parlano chiaro. Più di 3.000 morti l’anno sulle strade italiane e decine di migliaia di feriti raccontano la dimensione di un’emergenza che nessun codice sembra mai in grado di risolvere. Il cellulare al volante, l'alcol, la droga e l’eccesso di velocità non sono casi isolati, sono abitudini. 

  Se poi aggiungiamo il fenomeno crescente dei monopattini elettrici, dove regna l’anarchia più totale, il quadro diventa grottesco. Ora si vogliono targhe e assicurazioni obbligatorie. Giusto. Ma qualcuno è in grado di spiegare come si faranno i controlli in città dove i vigili sono già in affanno per fermare auto in doppia fila? Quanto al famigerato alcolock, dispositivo che impedisce l’accensione dell’auto se il conducente ha bevuto, sembra la panacea di tutti i mali. Ma chi ne pagherà l’installazione? E come impedirà, nei fatti, che l’ubriaco di turno chieda a un amico sobrio di soffiare al posto suo? La tecnologia è utile solo fino a un certo punto, perché è fatta per chi ha già coscienza del problema, non per chi pensa di essere invincibile con un bicchiere in corpo. E qui arriviamo al cuore della questione.

  In Italia, il codice della strada è sempre aggiornato, ma gli italiani no. Ci piace sentirci furbi, pensare che la multa sia solo un fastidio e che le regole siano scritte per gli altri. Ogni norma viene vista come l’ennesima vessazione dello Stato cattivo, quando invece è pensata per evitare di vedere madri piangere ai funerali dei figli. Il punto è che nessun codice, nessun divieto e nessuna telecamera possono sostituire il senso civico. Finché non ci si convincerà che guidare un’auto o anche un monopattino è una responsabilità verso sé stessi e verso gli altri, continueremo a fare i conti con le tragedie. Gli automobilisti italiani sono un popolo di anarchici con il vizio di chiamarsi vittime. Ogni legge è percepita come un insulto alla libertà, ogni sanzione come una punizione personale. Ma la libertà non è l’arbitrio di sfrecciare contromano o di inviare un messaggio mentre si guida. È rispettare la vita altrui. Il nuovo Codice della Strada, con tutte le sue rigidità, prova a dircelo. 

  Il problema è che, per capirlo, dovremmo fermarci un momento, lasciare il cellulare, guardare avanti e ricordarci che quella strada non è soltanto nostra. E invece no. Finché la legge resterà lettera morta e la coscienza sarà un optional, continueremo a vedere scene di follia quotidiana. Perché in Italia, come sempre, quando si cerca di fare ordine, l’unico risultato è il solito caos, condito da multe, lamentele e promesse di rigore. Peccato che il rigore, quello vero, non lo si può imporre con un decreto. Lo si costruisce con la cultura. E la cultura, si sa, non si fa con un codice.

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