Non è il Carnevale di Venezia con le sue maschere eleganti, né quello di Viareggio con i giganteschi carri allegorici. Il Carnevale di Mamoiada, piccolo paese della provincia di Nuoro in Barbagia, rappresenta qualcosa di profondamente diverso: una manifestazione primitiva, affascinante e misteriosa che affonda le sue radici in tempi immemori, dove la festa popolare convive con elementi rituali di natura sacra. Protagoniste indiscusse di questa celebrazione sono due figure iconiche: i Mamuthones e gli Issohadores. Non sono semplici maschere carnevalesche; sono entità che incarnano il confine tra il mondo dei vivi e quello dei defunti, tra il sacro e il profano, tra la fertilità della terra e la forza primordiale della natura. Ogni anno, dal 17 gennaio con la festa di Sant'Antonio Abate fino al martedì grasso, le vie di Mamoiada si riempono di suoni ancestrali, di campanacci che pesano decine di chili e di movenze che sembrano provenienti da un'epoca lontana.
Una delle domande più intriganti che circondano il Carnevale di Mamoiada è: da dove vengono veramente questi personaggi? La risposta, sinceramente, nessuno la conosce con certezza. Ciò che sappiamo è che le teorie proliferano, ognuna affascinante come l'altra. La teoria più accreditata tra gli studiosi rimanda all'età nuragica, quel periodo del neolitico quando la Sardegna era costellata di straordinari monumenti megalitici. In questo scenario, i Mamuthones e gli Issohadores sarebbero il lascito di riti propiziatori praticati dai nuragici per ottenere il favore delle divinità agricole e proteggere la comunità dagli spiriti del male. L'idea è che pastori e contadini, indossando pelli animali e maschere terrifiche, cercassero di stabilire un contatto diretto con le forze divine, trasformandosi temporaneamente in esseri superiori, semidei capaci di intercedere tra il mondo umano e quello divino. Non è casuale che la prima apparizione annuale delle maschere coincida con il 17 gennaio, giorno dedicato a Sant'Antonio Abate. Questa data segna il rinnovarsi del ciclo solare a metà dell'inverno, un momento cruciale nel calendario agricolo quando la terra, dopo i mesi più duri, inizia il suo lento risveglio verso la primavera.
Altre interpretazioni suggeriscono legami con la mitologia fenicia. Secondo questa teoria, i Mamuthones potrebbero derivare il nome da Maimone, una divinità fenicia associata alle piogge. In tempi di siccità, i sardi supplicavano questa divinità attraverso rituali specifici che, nel corso dei secoli, si sarebbero trasformati nella celebrazione carnevalesca moderna. C'è chi sostiene invece che i Mamuthones incatenati dagli Issohadores rappresentino una celebrazione della vittoria dei pastori barbagini sui Saraceni, gli invasori che terrorizzavano l'isola. In questo scenario, gli Issohadores sarebbero i vincitori sardi (più agili, colorati e allegri) mentre i Mamuthones incarnerebbero i nemici prigionieri e costretti. Esistono anche studiosi che vi vedono un collegamento con il culto dionisiaco, con rituali di fertilità simili ai Lupercalia romani, oppure una semplice manifestazione del ciclo morte-rinascita, tema onnipresente nelle tradizioni agricole di tutto il Mediterraneo.
Anche il nome "Mamuthone" ha un'etimologia controversa e affascinante. Una scuola di pensiero lo riconduce al termine Melaneimones, il nome con cui i Sardi indicavano gli antichi Fenici, e letteralmente significherebbe "facce nere". In altre interpretazioni, si scorge un legame con Mommotti, figura mitologica della tradizione sarda usata ancora oggi per spaventare i bambini, l'"uomo nero" del folclore locale. La più suggestiva rimane quella che, analizzando il nome secondo l'etimologia greca, lo riconduce a "mam-muth-ones", ossia "uomini che chiamano la pioggia" – un'interpretazione che si allinea perfettamente con l'ipotesi del rito propizio per le stagioni agricole.