L'assemblea sindacale di Serrenti certifica un buco da dieci milioni di euro per il comparto cerealicolo. L'assessore regionale Agus promette sostegno istituzionale mentre i sindaci si uniscono alla mobilitazione per evitare l'abbandono delle campagne.
La crisi del comparto cerealicolo svuota le casse delle aziende sarde e spinge gli agricoltori alla mobilitazione istituzionale. Una vasta platea di coltivatori, amministratori locali e sindaci si è riunita a Serrenti per l'assemblea organizzata dalla delegazione di Cagliari e del Sud Sardegna della CIA, la Confederazione Italiana Agricoltori. L'incontro, incentrato sul tracollo economico che sta colpendo le campagne del Medio Campidano, ha registrato la partecipazione diretta dell'assessore regionale dell'Agricoltura, Francesco Agus. L'esponente della giunta ha assunto l'impegno formale di sostenere le rivendicazioni del comparto, promettendo di potenziare l'utilizzo dei prodotti isolani all'interno delle mense scolastiche e di farsi portavoce delle istanze sarde durante le trattative con il governo nazionale.
L'allarme lanciato dai vertici sindacali poggia sui dati ufficiali elaborati dall'Ismea, l'istituto pubblico che analizza l'andamento dei mercati agricoli. Le statistiche certificano una forbice insostenibile tra le spese sostenute dalle aziende e i ricavi effettivi. La coltivazione del grano duro nel Sud Italia richiede oggi investimenti strutturali pari a circa 32 euro al quintale, una stima peraltro calcolata a settembre del 2025 e quindi precedente ai recenti rincari globali innescati dai conflitti internazionali. Sul fronte opposto, la Commissione Unica Nazionale, l'organo incaricato di fissare i prezzi di riferimento per le compravendite commerciali, ha stabilito per le isole una quotazione del grano convenzionale di circa 23 euro al quintale. Una volta sottratti i costi logistici obbligatori per il trasporto e lo stoccaggio nei silos, il ricavo reale netto che finisce nelle tasche dei produttori precipita ad appena 20 euro per ogni quintale venduto.
Questa dinamica contabile genera un deficit netto di 12 euro al quintale. Moltiplicando il dato per i 28mila ettari coltivati in Sardegna, con una resa media di 30 quintali per ettaro, il comparto cerealicolo isolano subisce una perdita secca di 360 euro per ogni ettaro seminato, accumulando un buco complessivo a livello regionale che supera i 10 milioni di euro. Di fronte alla prospettiva di un fallimento istituzionalizzato della filiera, la Confederazione avverte che il rischio imminente non è legato alle fluttuazioni di mercato, ma alla totale assenza di agricoltori disposti a seminare il grano durante la prossima stagione, un fattore che condannerebbe le aree rurali allo spopolamento definitivo. Per tentare di arginare l'emergenza, il sindacato ha formalizzato la richiesta di un incontro urgente con il prefetto di Cagliari, la massima autorità di governo sul territorio.
Il gruppo dirigente della Confederazione si presenterà al vertice prefettizio accompagnato da una delegazione di primi cittadini, trasformando la crisi agricola in una vertenza sociale e democratica. Sul tavolo del prefetto verranno depositate tre richieste specifiche e non rinviabili. La prima riguarda la riforma radicale della Commissione Unica Nazionale, affinché smetta di operare come semplice osservatore e inizi a bilanciare attivamente i pesi economici lungo la filiera agroalimentare. Il secondo punto prevede l'introduzione di tutele vincolanti per agganciare per legge i prezzi minimi di vendita ai costi reali di produzione, applicando in modo severo il decreto nazionale contro le pratiche commerciali sleali. L'ultima richiesta punta all'approvazione di una norma rigorosa sulla tracciabilità: l'obiettivo è vincolare i disciplinari dei prodotti tradizionali sardi all'utilizzo esclusivo di materie prime coltivate sull'isola, grano compreso. I vertici sindacali chiudono sottolineando che la difesa del reddito di chi lavora la terra è l'unico presupposto per salvare l'economia rurale, invocando politiche di sostegno concrete e deroghe alle normative ordinarie sugli aiuti di Stato per garantire la sopravvivenza delle aziende.