Il ritiro ha funzionato. Ora il Cagliari si ritrova con sei punti di vantaggio sulla terz’ultima.

  C'è un’immagine che appartiene alla mitologia del calcio italiano: i cancelli che si chiudono, il silenzio del “Centro Sportivo” e una squadra che, lontano da sguardi indiscreti, cerca di ritrovare se stessa. Dopo la pesante sconfitta contro il Sassuolo, Fabio Pisacane ha scelto, in concerto con la società, la linea intransigente: ritiro a oltranza fino alla sfida contro la Cremonese, linea che si è rivelata vincente, almeno in termini di risultato numerico. Ma nel 2026, con calciatori che sono aziende e professionisti iper-connessi, ha ancora senso "sequestrare" una squadra? Il ritiro non serve a correre di più (quello si fa in preparazione), ma a parlarsi ed affrontare gli argomenti maggiormente caldi. La reale utilità risiede nella rottura della “routine“ domestica. Quando torni a casa dopo una sconfitta, trovi la famiglia, i social, le distrazioni. In ritiro, dopo cena, sei obbligato a guardare in faccia il compagno con cui hai litigato in campo o quello che non ha raddoppiato la marcatura. Per un tecnico come Pisacane, che ha fatto della grinta e del senso di appartenenza la sua bandiera da giocatore, il ritiro è lo strumento per trasmettere il "DNA Cagliari". È un modo per dire che la squadra è in emergenza e l'unica cosa che conta è il compagno che hai a fianco. Gli psicologi dello sport sono divisi. Esistono due tipi di ritiro: quello “punitivo”, che occorre per dare un segnale alla piazza. È un atto politico della società. Spesso, però, rischia di creare malumori e aumentare lo stress in un gruppo già fragile. Poi c’è quello costruttivo. Pisacane ha voluto optare per quest’ultimo.

  Ore passate in sala video, sedute tattiche supplementari e, soprattutto, tempo condiviso. In questo caso, l’utilità è tattica. Pisacane ha avuto bisogno di ogni minuto della settimana appena trascorsa per argomentare e preparare le contromisure per riuscire a scardinare la difesa della Cremonese. Il pericolo principale è che il ritiro diventi una prigione. Se la squadra percepisce la misura come una sorta di sfiducia, la tensione può sfociare in nervosismo durante la partita. Un Cagliari troppo contratto alla "Unipol Domus" sarebbe il segno che il ritiro ha prodotto ansia anziché concentrazione. Invece stavolta ha premiato, la squadra certo non ha brillato, ma è riuscita nell’impresa di portare a casa tre punti che potrebbero rivelarsi fondamentali. La storia del calcio ci insegna che il ritiro funziona solo se i "leader" dello spogliatoio lo accettano e lo trasformano in energia. Pisacane saleva che la sfida contro la Cremonese di Marco Giampaolo non era solo una questione di schemi, ma di nervi. Chiudersi ad Assemini è stato un grido d'allarme, ma anche un atto d'amore verso una maglia che non può permettersi altre cadute come quella di Reggio Emilia con il Sassuolo.

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