La politica ha il vizio antico e incorreggibile di confondere i comunicati stampa con la realtà. O meglio di far credere che i comunicati stampa rispecchino la realtà e la danno in pasto ai lettori-cittadini. Alla fine della scorsa settimana, nei palazzi regionali, si celebra come una rivoluzione epocale l'approvazione della legge sul salario minimo a nove euro. Una bandiera piantata con enfasi, che ripropone un copione già visto: l'annuncio trionfale che si scontra, il giorno dopo, con l'ingranaggio arrugginito dei bilanci e della burocrazia.
A rompere il coro dei festeggiamenti, squarciando il velo della retorica, interviene Tore Piana. Piana, già consigliere regionale, oggi responsabile del dipartimento agricoltura del Partito Sardo d'Azione (Psd'az) e presidente del Centro Studi Agricoli, affida ai social network una radiografia impietosa del provvedimento. Il trucco, spiega Piana, si nasconde in quello che i tecnici chiamano "invarianza finanziaria": in parole povere, significa che la Regione vara una legge per alzare gli stipendi, ma non inserisce a bilancio un solo euro per coprirne le spese. Il conto, salato, viene semplicemente scaricato sulle spalle di chi vince gli appalti.
Ma c'è di più. Il provvedimento non è affatto universale, e la scure di Piana si abbatte proprio sull'illusione ottica creata dalla norma, che lascia intatte le vecchie "basi d'asta" (le cifre di partenza con cui gli enti pubblici mettono a gara i servizi) e non tocca i contratti già in essere. Le sue parole, durissime e senza sconti, fotografano la paralisi dei settori più deboli e le storture del mondo agricolo: «Questa legge viene raccontata come una svolta storica sul lavoro in Sardegna in realtà è una mezza presa in giro, non è un salario minimo universale, non riguarda la maggioranza dei lavoratori non cambia nulla oggi. Vale solo per gli appalti pubblici e nemmeno per tutti perché i contratti sono già in essere perché le basi d'asta sono vecchie, perché non esiste alcun meccanismo automatico di adeguamento. Si parla di 9 euro ma migliaia di lavoratori continueranno a prenderne 5 o 6 euro lordi, nelle pulizie, nel portierato, nella vigilanza non armata, nelle mense, nei servizi scolastici, nei servizi ambientali e continueranno a prenderli per mesi o anni. Questa è la verità che non si vuole dire. La Regione annuncia ma non mette risorse, la legge è a invarianza finanziaria, cioè zero euro. Il costo viene scaricato sulle imprese, sulle cooperative, sui lavoratori stessi. Il risultato saranno meno ore, meno lavoro più precarietà, più appalti al ribasso mascherati».
Il dito è puntato anche sul cortocircuito che colpisce le campagne, un settore già strangolato da dinamiche che nessuna legge regionale sui minimi salariali sembra in grado di scalfire. Piana tocca un nervo scoperto, puntando l'indice contro l'eterno vizio della politica italiana: rispondere a un'emergenza creando un nuovo, inutile comitato. «In agricoltura questa legge è aria fritta, non aumenta i salari agricoli, non tocca i contratti, non affronta i prezzi del latte, della carne, del grano, non riduce i costi, non paga gli agricoltori in tempo. Mentre si fanno i titoli, le aziende chiudono, i giovani se ne vanno e i campi si svuotano. Viene istituito un comitato, un altro tavolo, un altro osservatorio, senza poteri, senza responsabilità, senza effetti. Il lavoro non si tutela con gli annunci, non si tutela con le bandiere, non si tutela con le leggi finte. Si tutela con risorse vere, con tempi certi, con scelte coraggiose. Questa legge è propaganda non è giustizia sociale, Io continuerò a dirlo anche quando dà fastidio, anche quando non conviene, perché la politica deve dire la verità non raccontare favole».
Una strigliata che riporta il dibattito coi piedi per terra. Svelando, per l'ennesima volta, che per fare giustizia sociale non bastano gli annunci: serve il coraggio di mettere mano al portafoglio. E, fino a prova contraria, le casse della Regione su questo capitolo segnano ancora zero.