Il pedaggio ecologico e il paravento romano: così la tassa sul mare strangola le isole

C'è un paradosso tutto italiano, e squisitamente isolano, che si consuma ormai da un paio d'anni sulle banchine dei nostri porti. L'Europa, con i suoi nobili intenti ecologisti, ha deciso di tassare le emissioni inquinanti delle grandi navi imponendo la cosiddetta gabella ETS (Emissions Trading System). Gli armatori, da abili navigatori e mercanti quali sono sempre stati, non hanno fatto altro che prendere quel costo e scaricarlo per intero sulla bolla d'accompagnamento del tir o sul biglietto del passeggero. Il risultato pratico è che a pagare la transizione ecologica dei mari sono i sardi e i siciliani, prigionieri per geografia.

Di questo ennesimo "obolo" silenzioso si è discusso nei palazzi romani, dove il Governo ha appena respinto al mittente – dietro la sempre provvidenziale e insindacabile formula dell'emendamento "inammissibile" – la proposta di correzione presentata nel Decreto Bollette. A denunciare l'uso della tagliola burocratica è il deputato del Partito Democratico Silvio Lai, che smonta il tecnicismo per svelare la natura puramente politica della bocciatura.

«Gli emendamenti che abbiamo presentato al decreto bollette per affrontare l’impatto dell’ETS sul trasporto marittimo da e per Sardegna e Sicilia sono stati dichiarati inammissibili. È una scelta politica, non tecnica. In quello stesso decreto c’è già un intero articolo sugli ETS. Il tema quindi è dentro il provvedimento, ma il Governo ha scelto di non affrontarlo per le isole. Eppure il problema esiste, è immediato e riguarda direttamente famiglie e imprese».

La cura salvifica e benedetta proposta dall'opposizione non si perdeva nei consueti e fumosi tavoli tecnici, ma poggiava su tre pilastri elementari, volti a raddrizzare una stortura evidente del libero mercato. «Parliamo di proposte precise, sottoscritte insieme ai colleghi Simiani, Barbagallo, Marino e Iacono, che indicano una strada chiara e praticabile: compensare integralmente i maggiori costi ETS per merci e passeggeri da e per le isole, o per quei territori in cui il trasporto marittimo non ha alternative; obbligare le compagnie alla trasparenza sulle componenti tariffarie ETS, indicando chiaramente quanto si paga e come viene calcolato sul singolo viaggio; destinare una quota dei proventi ETS del settore marittimo a un fondo per ridurre i costi di trasporto di Sardegna e Sicilia. Tre misure semplici, concrete, immediatamente attuabili. Non slogan. Non propaganda. Strumenti operativi».

I numeri, del resto, non sono materia di speculazione filosofica. Sono cifre che rischiano di mettere fuori mercato le merci isolane prima ancora che vengano sbarcate sul Continente. «I numeri danno la dimensione del problema: solo su due rotte fondamentali come Olbia–Livorno e Porto Torres–Genova l’impatto dell’ETS ha già superato i 50 milioni di euro l’anno e nel 2026 supererà i 70 milioni. Complessivamente, secondo i dati del sistema delle imprese per la Sardegna, il costo aggiuntivo può arrivare a oltre 150 milioni di euro annui a carico delle imprese. E non è tutto: per il trasporto merci si registrano aumenti fino a 700 euro per singolo viaggio per ogni mezzo pesante imbarcato, mentre i sovrapprezzi ETS possono incidere fino al 40-45% sui costi logistici complessivi».

Il vero nodo della questione, quello che trasforma la vicenda da ordinaria dialettica parlamentare a problema di giustizia territoriale, è l'imbuto fiscale in cui finisce questo fiume di denaro. Lo Stato italiano incassa la tassa, ma le isole continuano a pagarne il prezzo, per giunta in una congiuntura internazionale in cui i venti di guerra minacciano di alzare anche i costi del volo. «Questi emendamenti non nascono dal nulla. Seguono un’interrogazione parlamentare che ho presentato nelle scorse settimane per chiedere al Governo come vengono utilizzate le risorse che lo Stato incassa dall’ETS marittimo. Perché oggi il punto è questo: si incassa, ma non è chiaro dove vadano queste risorse e soprattutto non tornano ai territori che stanno pagando il prezzo più alto. Oggi il Governo sceglie di non affrontare la questione. Ma non potrà evitarla ancora a lungo. L’impatto dell’ETS è già in corso da due anni e aumenterà nel 2026. E si sta sommando a un altro fattore di rischio che il Governo continua a sottovalutare. L’instabilità in Medio Oriente sta già incidendo sui prezzi dei combustibili. Se questo si traduce, come è probabile, in un aumento dei costi del trasporto aereo, il risultato è evidente: rincari sul mare e rincari sull’aria. Per le isole significa una cosa sola: isolamento. È uno scenario concreto che può colpire la Sardegna in modo particolarmente pesante, compromettendo la mobilità delle persone e la competitività delle imprese. Per questo diciamo con chiarezza: la questione non è chiusa con un giudizio di inammissibilità. Le soluzioni ci sono già, sono state messe nero su bianco e restano tutte praticabili. Ci aspettiamo che il Governo le riprenda e le inserisca nel prossimo provvedimento utile, a partire da un decreto su energia o trasporti».

Lai chiama in causa la responsabilità diretta della maggioranza, mettendo a nudo l'incoerenza tra le dichiarazioni di principio sull'insularità e la rigidità dei fatti. «Ma serve anche una scelta più netta: i proventi dell’ETS marittimo devono essere ridestinati ai territori, alle persone e alle imprese che stanno sostenendo questi costi. Oggi il sistema scarica gli oneri su passeggeri e merci, cioè su cittadini e imprese delle isole, mentre gli armatori trasferiscono i costi. Questo squilibrio va corretto. Non intervenire oggi significa accettare che vivere e produrre in Sardegna costi di più per decisione politica. Se non lo farà, sarà evidente che ha scelto consapevolmente di lasciare le isole esposte a un aumento strutturale dei costi e a un rischio reale di isolamento. E questa è una responsabilità politica precisa, non un effetto inevitabile delle regole europee. L’insularità non si difende a parole. Si difende con misure come queste. Il Governo e la sua maggioranza decidano da che parte stare». La vita all'opposizione è fatta di soluzioni per tutto, questa sembra sensata anche perché a pagare sono già le sacrificate e povere isole, chi più chi meno.

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