Mario Pes (1887–1963) è considerato uno dei più straordinari interpreti della fotografia sarda del Novecento, capace di raccontare la Sardegna in piena trasformazione tra tradizione e modernità, con un occhio particolarmente attento alla dimensione sociale e urbana.
Pes, discendente di una famiglia di origine nobile sarda, si forma professionalmente in ambito tecnico e poi si stabilisce a Cagliari, dove apre uno studio fotografico e si impone come professionista con incarichi pubblici e istituzionali. Il suo lavoro si intreccia con le grandi opere di bonifica, industrializzazione e urbanizzazione dell’isola, entrando in contatto con Soprintendenze, Genio Civile e Ente Bonifiche Sarde, che gli commissionano campagne fotografiche per documentare opere e paesaggi.
La fotografia di Pes si muove tra cronaca e analisi sociologica, senza mai assumere toni puramente celebrativi: molte immagini mettono in luce i dualismi tipici della Sardegna del primo Novecento, come modernizzazione e arretratezza, progresso infrastrutturale e persistenza di economie di sussistenza. Le sue foto restituiscono un’immagine complessa di Cagliari e del resto dell’isola, con forte attenzione a quartieri popolari, periferie, porto, saline, luoghi del lavoro e vita quotidiana, compresi aspetti di forte *pathos* come i “picioccus de crobi” (i ragazzi che trasportavano la spesa).
Negli ultimi anni l’opera di Pes è stata oggetto di un ampio progetto, intitolato “Mario Pes in progress”, che ha portato a mostre importanti a Nuoro e a Cagliari, culminando nell’esposizione Mario Pes. La Sardegna fra tradizione e modernità” al SEARCH di Cagliari. Queste iniziative hanno riportato al centro della scena culturale un archivio fotografico di oltre duecento scatti, molti in grande formato, offrendo un’osservazione privilegiata della Sardegna tra anni Venti e Trenta e del rapporto profondo tra il fotografo e la città di Cagliari.
Negli anni Venti–Trenta la Sardegna vive un periodo di forte trasformazione, segnato dall’affermazione del regime fascista, da politiche di sviluppo infrastrutturale e bonifica e da una profonda crisi del mondo rurale e minerario, con toni di forte tensione sociale. Negli anni Venti si consolida il sardofascismo, un’esperienza locale in cui settori del ceto medio e delle élite isolane si avvicinano al regime mussoliniano, interpretando la politica di modernizzazione come un’occasione per ridurre il gap rispetto alla penisola. Parallelamente, però, permangono sentimenti autonomistici e forti malcontenti, alimentati da una percezione di periferia e sottosviluppo rispetto allo Stato italiano.
Pes documenta il progresso infrastrutturale promosso dal regime fascista: le grandi dighe sul Tirso e sul Coghinas, la bonifica del territorio di Arborea, le saline di Cagliari, le miniere del Sulcis e le opere portuali. Le sue immagini mostrano come la Sardegna entri in una fase di forte trasformazione, con i centri urbani come Cagliari e Sassari protagonisti di un nuovo assetto economico e infrastrutturale. Accanto ai grandi progetti pubblici, Pes dedica grande attenzione alle comunità rurali isolate, fotografando luoghi come Desulo, Tonara, Ollolai, Zuri, Giba, Santadi e Selegas. In questi scatti emergono condizioni di vita arcaiche, un’economia di sussistenza e un universo culturale ancora profondamente legato alla tradizione, mettendo in luce il dualismo tra modernizzazione e persistenza dell’arretratezza. Un tema centrale è il lavoro, in particolare femminile: Pes ritrae donne impegnate in attività domestiche (panificazione, cestineria, tessitura) e in faticosi lavori esterni, come il trasporto del carbone vegetale a Porto Botte. Le sue foto di Cagliari e dei paesi sardi restituiscono una cronaca sociale precisa, con forte attenzione a luoghi del lavoro, quartieri popolari, porto e periferie, costruendo un immaginario in cui la dimensione umana e sociale prevale su ogni retorica celebrativa.
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