Quanto è bello - e adrenalinico - inseguire un sogno? E quanto lo è quando lo si insegue curva dopo curva, sin da bambini, sempre con il viso rivolto al traguardo? Lorenzo Cossu, 21 ANNI, giovanissimo pilota sardo (di Assemini), è nato per correre. Curva dopo curva. Sospiro dopo sospiro. Vittoria dopo vittoria.
Giovane, intensissimo, uno di quelli che in pista sembrano avere già vissuto due vite. Basta guardarlo un attimo per capire che il talento, quando arriva così presto, non chiede permesso: semplicemente si manifesta.
«Fin da quando ero bambino i motori sono sempre stati la mia strada. Non c’è mai stato un momento preciso in cui l’ho capito: è come se quella passione fosse nata con me» racconta appunto, animato da una energia e una forza invidiabili. «Non conoscevo ancora il mondo del Gran Turismo, per me esistevano soltanto il rally e il drifting. Avevo la PlayStation 2 e correvo su Gran Turismo fino a consumare i dischi. Negli anni consumai un CD che mi regalò mio padre tantissimi anni fa dove dei piloti giapponesi spiegavano la tecnica di guida e rimasi incantato. Sapevo che non sarebbe stato un capriccio passeggero: anche se non pensavo di seguire un percorso agonistico vero e proprio, sentivo che tra me e i motori c’era un legame profondo, destinato prima o poi a portarmi da qualche parte.»
La prima volta che è salito su un kart… be’, in realtà era un kart a pedali, come specifica.
«Me l’aveva comprato mio padre. Avevo 6 anni e non facevo altro che sfrecciare nel parco del mio paese insieme ai bambini del vicinato, io sul kart, loro in bici o col monopattino. Poi arrivò il kart “vero”, comprato in provincia di Oristano: facevo la seconda elementare. Era una specie di Frankenstein a tre marce, un 70cc arrangiato, probabilmente incapace di finire una gara vera… ma per me era il massimo. Ci ho passato un’intera estate con mio padre tra smontaggi, viti, pezzi da sistemare. Lavorarci insieme è stato emozionante ed indimenticabile.»
Complicato, così descrive il crescere in Sardegna con questa passione. Ma anche... Motivo di impegno.
«Questa Isola mi ha dato una spinta incredibile. Se avessi scelto kart o rally, le possibilità ci sarebbero state: team, gare, contesti a portata di mano. Ma il Gran Turismo, lì, sembrava quasi impossibile. Questo però mi ha caricato. Mi ha costretto a non farmi abbattere e a provarci comunque.»
La famiglia? Fondamentale, dice senza esitazioni.
«Sono uno che cerca la perfezione ovunque e anche se ottengo un buon risultato non sarò mai soddisfatto. Loro mi hanno sempre sostenuto e mi hanno insegnato a riconoscere sempre l’importanza di tutto ciò che apprendo ogni giorno, anche nei momenti più difficili. Quest’anno mi sono trasferito a Modena proprio per evitare di bruciare soldi e energie nelle trasferte: succedeva che partissi per un test di mezza giornata e poi saltava tutto per un incidente in pista, e la sera stessa ero di nuovo in Sardegna. Così non si poteva andare avanti. Senza i miei, non avrei raggiunto nulla.»
Correre è un sogno di tanti giovani, spiega. «Io credo che un pilota debba avere soprattutto consapevolezza: sapere che percorso vuole fare e accettare che non tutto va come ci si aspetta. Servono pazienza, voglia di mettersi in gioco e la capacità di affrontare sia le emozioni belle – quelle che ti fanno brillare gli occhi – sia quelle brutte, che ti buttano giù. Rialzarsi è parte del gioco.»
Cossu, a soli 17 anni, è diventato il più giovane sardo a vincere il Campionato Italiano Gran Turismo. Un traguardo pazzesco, preludio delle vittorie successive.
«È stato meraviglioso» racconta. «L’ultima gara l’ho corsa senza radio, per la prima volta. Un’esperienza quasi primitiva, solo io e la macchina. Vincere a Monza è stato stratosferico. E tutto questo dopo un anno complicato: sponsor trovati all’ultimo minuto, difficoltà in famiglia, incertezze. Quando ho vinto il titolo, per giorni ho vissuto come se fosse il mio compleanno: quella sensazione di aspettarsi un regalo, e il regalo me lo ero fatto da solo.»
Ma non solo.
«Ricordo anche la prima volta sulla Ferrari. Il primo test con la 458 Challenge, a Cremona. Venivo dalla mia prima vittoria a Cervesina nel 2021 con le Predator’s quindi ero già carico. Ma quando sono salito, tutto sembrava irreale. L’ho capita meglio più avanti, quando ho provato la 488 Challenge Evo: 670 cavalli, due turbo, freni potentissimi… un mostro!»
E così arriva la prima vittoria a Pergusa.
«Una gara assurda: metà maggio, un caldo micidiale, la pista che gira intorno al lago e un’umidità soffocante. Io per la tensione non avevo mangiato per tre giorni. Crampi, mal di stomaco… tutto spariva quando entravo in macchina. E quando ho visto la bandiera a scacchi davanti a tutti, non ci credevo. Tornai a casa che persi circa 3kg, ma quel giorno me lo porterò dietro per sempre.»
Nel motorsport l’intesa con ingegneri e compagni di squadra è vitale.
«Un pilota deve saper spiegare ciò che sente, ciò che vuole ottenere dalla macchina. Non giri mai da solo: la macchina è condivisa, va adattata ai gusti e alle esigenze di tutti. Serve comunicazione, precisione, fiducia reciproca. Prima di una gara cerco di non pensare troppo. La musica mi aiuta a stare nel presente. Parlo con i meccanici, con un amico, con mio padre se è lì. Quando salgo in macchina, è come mettere i paraocchi dei cavalli: guardo avanti e basta. Pensare all’adesso. Fisicamente è impegnativo soprattutto col caldo: dentro l’abitacolo si arriva a 50-60 gradi, devi avere resistenza, fiato, lucidità. Le gambe devono essere forti per la pressione dei freni, il collo, così come il core e la schiena dev’essere in forma. E devi essere pronto agli imprevisti: una macchina di traverso, una nube di polvere, un contatto.»
Non sono mancati i momenti particolari.
«Un momento difficile che mi ha fatto crescere è stato l’incidente a Magny-Cours, due anni fa. Troppa foga, scarsa visibilità e dell’aquaplaning che mi ha fregato. Non avevo esperienza con la pioggia pesante e ho sbagliato. Me lo porterò sempre come lezione: capire bene le condizioni prima di forzare.»
Correre all’estero è stato formativo.
«Paul Ricard, Navarra, piste incredibili. Mi hanno insegnato a gestire le trasferte, le energie, la concentrazione. Ogni weekend è diverso, ogni pista richiede qualcosa di nuovo.»
La parte più dura di tutto? Gli sponsor.
«Cercarli è più difficile che allenarsi. Mio padre fa un lavoro enorme: chiama, chiede, insiste. Spesso ti sbattono la porta in faccia. E in Sardegna la difficoltà raddoppia: chi fa kart o rally vive gli stessi problemi. É una “lotta” continua .»
Il suo sostegno principale? La famiglia.
«Mi sento sostenuto da chi conta davvero: la mia famiglia, le persone vicine. Non mi interessa molto se il mondo sportivo sardo segue o no il GT. Io voglio guidare. Il resto è contorno.»
«Un giorno mi piacerebbe aiutare i giovani sardi che sognano le corse» chiude. «Sono legato al kartodromo dove sono cresciuto, e sarebbe bello restituire ciò che ho ricevuto: dare consigli, aiutare a crescere tecnicamente e mentalmente, far capire cosa significa davvero scegliere questa strada. Il mio obiettivo concreto oggi è vivere di corse: come istruttore, collaudatore o pilota professionista. Sarebbe già una grande soddisfazione anche raggiungerne solo una. Per questo vivo a Modena da mesi: per provarci davvero. Il sogno? La 24 Ore. Le Mans, Spa, Daytona… quella è la vetta. E anche solo partecipare sarebbe una soddisfazione enorme.»