Allievo accoltella la prof a Bergamo, l'analisi del criminologo: "Non è un raptus, ma violenza spettacolarizzata per i social"

In esclusiva per i nostri lettori, la lucida lettura tecnica di Luca Losito sull'aggressione in classe. Il brutto voto è solo l'innesco: dietro c'è premeditazione, dissociazione emotiva e una drammatica ricerca di validazione virtuale.

di Luca Losito* (Criminologo)

Il grave episodio verificatosi in una scuola della provincia di Bergamo, dove un tredicenne ha accoltellato la propria insegnante, impone una lettura che vada oltre la semplificazione mediatica del brutto voto come causa scatenante. In criminologia eventi apparentemente banali fungono spesso da trigger ma non da causa, vale a dire rappresentano l’innesco finale di un percorso di disagio più ampio, verosimilmente non intercettato.

La premeditazione e la lucidità operativa Il primo elemento di rilievo di questa vicenda è la premeditazione. L’abbigliamento simbolico (mimetica, maglia con richiami vendicativi), la presenza di una scacciacani e di un coltello da caccia indicano una costruzione mentale dell’azione. Non si tratta di acting out impulsivo puro ma di una condotta organizzata, che presuppone fantasia anticipatoria, ideazione e pianificazione. In termini clinici, siamo di fronte a una possibile cristallizzazione di vissuti persecutori o rivendicativi, comunque strutturati nel tempo.

Il secondo passaggio è l’agito violento. L’uso di un’arma bianca in un contesto relazionale diretto implica il superamento di barriere inibitorie rilevanti. Non è l’incoscienza a dominare, bensì una forma di lucidità operativa, cioè una dissociazione emotiva che consente al soggetto di compiere l’atto riducendo l’impatto empatico della vittima. Questo elemento è tipico di quadri in cui l’altro viene deumanizzato o percepito come fonte primaria di frustrazione. Come un tredicenne possa arrivare a questa consapevolezza è un interrogativo preoccupante.

Il pubblico virtuale e la fragilità narcisistica Il terzo aspetto, particolarmente significativo, è la dimensione espositiva, cioè lo smartphone al collo per documentare l’azione e diffonderla sui social. Qui emerge una dinamica di esternalizzazione del riconoscimento. Il gesto non è solo compiuto ma deve essere visto, validato e amplificato. In chiave psicodinamica è realistico ipotizzare una fragilità narcisistica che cerca conferma in un pubblico virtuale, percepito come più accessibile e meno giudicante rispetto alle figure adulte di riferimento.

La violenza, dunque, si inserisce in un circuito di costruzione identitaria distorta, dove il conflitto interno viene tradotto in azione spettacolarizzata. Il contesto digitale agisce da cassa di risonanza, offrendo modelli, linguaggi e, talvolta, legittimazioni implicite.

Dalla cronaca al processo: i segnali inascoltati Resta infine la questione centrale, vale a dire la prevenzione. In questi casi l’attenzione criminologica deve spostarsi dal fatto al processo. Quali segnali sono stati trascurati? Quali indicatori di disagio, ad esempio isolamento, rabbia persistente o fantasie di rivalsa, non sono stati letti in tempo? La scuola, la famiglia e i contesti educativi rappresentano presidi fondamentali di osservazione, ma necessitano di strumenti interpretativi adeguati.

Non è questo il tempo del giudizio penale, anche alla luce della non imputabilità del minore, quanto piuttosto quello dell’analisi sistemica. Episodi come questo interrogano la capacità collettiva di intercettare il disagio prima che si trasformi in violenza agita, ricordandoci che ogni atto estremo è, quasi sempre, l’esito finale di una storia rimasta inascoltata.

*Master in Psicologia Criminale, Master Esperto in Criminologia e Investigazione Criminale

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