Nel fine settimana assalto agli impianti per fare il pieno. Il Brent sfonda quota 106 dollari al barile.
FederPetroli striglia il Governo Meloni: "Serve subito l'accisa mobile. Senza una Strategia Energetica Nazionale l'Italia resta in balìa degli eventi esteri".
di Pasqualino Trubia
Quando la faglia mediorientale trema, la Penisola italiana scopre immediatamente la sua fragilità strutturale. L'eco della guerra in Iran e della cosiddetta "Crisi di Hormuz" (lo stretto marittimo cruciale attraverso cui transita un quinto del petrolio mondiale) non si limita ai tavoli della diplomazia, ma si scarica in modo violento sulla psicologia collettiva delle masse.
Il risultato tangibile è andato in scena in questo fine settimana: un assalto ai distributori di carburante spinto dal panico. Una corsa all'accaparramento dettata dalla paura ancestrale di rimanere a secco in un Paese che non dispone di autonomia energetica.
I numeri del panico e le quotazioni
I dati diffusi questa mattina da FederPetroli Italia fotografano l'entità del fenomeno. I picchi di erogato sugli impianti nazionali per gasolio e benzina super descrivono una nazione che teme la chiusura dei rubinetti. La paura dei cittadini, del resto, poggia su una matematica spietata imposta dai mercati internazionali. Le quotazioni attuali sono da codice rosso: il greggio Brent (il petrolio di riferimento europeo) veleggia a 106,70 dollari al barile, il WTI americano a 99,87 dollari. Il gas al TTF di Amsterdam tocca i 64,34 euro per megawattora. Alla pompa del self-service, la ricaduta immediata vede il Gasolio a 1,889 euro e la Super a 1,729 euro al litro.
A dare voce all'inquietudine del comparto è Michele Marsiglia, presidente di FederPetroli Italia, che certifica il mutamento antropologico dei consumi in queste ore di crisi internazionale:
«Avevamo già notato un cambio anomalo delle vendite in aumento nella scorsa settimana ma era presto per considerare un comportamento dei consumatori di corsa al 'pieno di benzina'».
La leva fiscale: cos'è l'Accisa Mobile
La palla passa ora ai decisori politici di Palazzo Chigi. Per disinnescare la bomba sociale, il settore chiede allo Stato di rinunciare a una fetta dei propri incassi attraverso il meccanismo dell'accisa mobile.
In termini pratici, spiegati al di fuori del burocratese ministeriale, l'accisa mobile è un taglio automatico delle tasse sul carburante. Funziona così: quando il prezzo del petrolio sale vertiginosamente, lo Stato incassa molta più IVA del previsto. Invece di trattenere questo "tesoretto" extra, il Governo lo usa per abbassare le accise (le imposte fisse di fabbricazione), sterilizzando così i rincari e alleggerendo il conto finale per l'automobilista.
Il monito al Governo e il deficit strategico
Marsiglia chiama direttamente in causa l'esecutivo per domare gli effetti della crisi del Golfo Persico:
«Se Governo Meloni interviene sulle accise, riusciamo a mantenere un equilibrio sui consumi e per le tasche degli italiani, a seguito della così battezzata Crisi di Hormuz che sta investendo tutto il Medio Oriente. Attendiamo di conoscere come verrà disposto il provvedimento sull'Accisa Mobile ed altre misure mirate e se si riuscirà ad intervenire tempestivamente. I prezzi del greggio sono in continua salita e le quotazioni sono fuori dalla scala della normalità. Senza intervento del Governo, la situazione diventa difficile».
La chiosa finale del presidente di FederPetroli è il ritratto del grande deficit tattico del nostro Paese. Un monito di pura geopolitica:
«Parliamo di prodotti necessari ai consumi quotidiani. Il nostro Paese necessita di una Strategia Energetica Nazionale che oggi non esiste, una politica energetica che permetta, in qualsiasi contesto economico e di criticità estera, di rendere l'Italia indipendente ed evitare situazioni di difficoltà per i consumatori italiani». Chissà se rimarrà ancora lettera morta. Ai posteri l'ardua sentenza.