I giudici costituzionali accolgono il ricorso della giunta Todde e bloccano sei autorizzazioni statali tra le province di Sassari e Oristano. Stabilito il principio per cui il governo centrale non può aggirare le norme locali sulla dislocazione degli impianti.
Il braccio di ferro tra lo Stato e la Regione Sardegna sull'installazione dei nuovi impianti per l'energia rinnovabile si risolve, per ora, a favore dell'Isola. La Corte Costituzionale, l'organo supremo chiamato a dirimere i conflitti di attribuzione tra le istituzioni del Paese, ha accolto il ricorso presentato dalla giunta regionale contro il Ministero dell'Ambiente. Al centro del contenzioso vi erano sei decreti ministeriali che concedevano la Valutazione di Impatto Ambientale, ovvero il via libera tecnico necessario per avviare i cantieri, ad altrettanti progetti per la costruzione di grandi centrali agrivoltaiche, strutture progettate per combinare la produzione di energia solare con le coltivazioni, dislocate tra le province di Oristano e Sassari.
La sentenza numero 88 del 2026 stabilisce un precedente amministrativo inequivocabile: i ministeri romani non possono autorizzare opere sul territorio ignorando le leggi locali in vigore. Nello specifico, il governo aveva proceduto con il rilascio delle autorizzazioni senza tenere conto della legge regionale numero 20 del 2024, la norma con cui l'amministrazione sarda ha tracciato la mappa delle aree ritenute idonee o incompatibili con l'insediamento di pale eoliche e pannelli solari.
La pronuncia ha innescato l'immediata reazione dei vertici regionali. La presidente Alessandra Todde ha inquadrato il verdetto come una difesa delle prerogative istituzionali: “La Corte costituzionale ha annullato i decreti del Ministero dell’Ambiente su alcuni grandi impianti agrivoltaici nelle province di Oristano e Sassari. Quei decreti erano stati adottati ignorando la nostra legge regionale sulle aree idonee e non idonee. Il principio che la Consulta afferma è netto: finché una legge regionale è in vigore, lo Stato deve applicarla. Non può aggirarla”.
A tradurre i risvolti tecnici della sentenza è intervenuto Francesco Spanedda, assessore agli Enti locali e all'Urbanistica, il quale ha respinto l'accusa di voler bloccare lo sviluppo energetico, vincolandolo però al rispetto del paesaggio. “I decreti annullati avevano ignorato la nostra legge regionale n. 20/2024, volta a pianificare l'inserimento degli impianti rinnovabili nel nostro territorio. Con questa sentenza non solo sono confermate ulteriormente l’efficacia e la vigenza della L.R. 20, per quanto modificata dalle sentenze della Corte Costituzionale, ma viene ripristinato il corretto ordine delle competenze: lo Stato non può agire in via amministrativa ignorando la normativa vigente della Regione”.
Sulla stessa linea si è mosso l'assessore all'Industria, Emanuele Cani, che ha spostato l'accento sulle ricadute economiche della transizione ecologica, reclamando per la Sardegna un ruolo attivo e non di semplice contenitore. “Il pronunciamento della Corte riconosce il valore della legge regionale sulle aree idonee e non idonee e ribadisce che le norme vigenti devono essere rispettate da tutti i livelli istituzionali. È un passaggio importante anche per dare certezza agli investimenti e costruire una strategia energetica coerente con le esigenze della Sardegna”. Una posizione rivendicata anche dal coordinamento regionale del Movimento 5 Stelle, che in una nota diffusa a margine della sentenza ha ribadito l'opposizione a ogni forma di speculazione calata dall'alto, confermando l'apertura a un processo di transizione basato su regole certe e finalizzato alla riduzione dei costi in bolletta per le utenze isolane.