A Porto Torres il Partito Sardo d'Azione riunisce gli operatori del settore: ottanta pesci su cento arrivano da fuori, urge un piano di governo per salvare un indotto da quattrocento milioni di euro.
Ottanta pesci su cento venduti sui banchi delle pescherie e della grande distribuzione in Sardegna arrivano dalla Penisola o dall'estero. È il paradosso economico di un'isola circondata dal mare che si ritrova a consumare quasi esclusivamente prodotto d'importazione, lasciando a bagnomaria una flotta locale di milletrecento imbarcazioni. Il dato, nudo e crudo, è emerso durante una tavola rotonda organizzata a Porto Torres, nei locali del Museo del Porto, dalla federazione sassarese del Partito Sardo d'Azione in occasione de Sa Die de Sa Sardigna. Sotto gli occhi dei vertici del partito, dal segretario nazionale Christian Solinas al suo vice Gian Carlo Acciaro, fino al segretario di federazione Gavino Gaspa, gli operatori dell'economia del mare hanno tracciato il bilancio di un comparto in perenne affanno. A sintetizzare la frustrazione degli addetti ai lavori è Tore Piana, coordinatore del dipartimento preposto alle politiche agricole e marittime del partito: «La pesca in Sardegna non può continuare ad essere trattata come settore marginale. È un comparto economico primario che incide su occupazione, identità territoriale e sicurezza alimentare».
I numeri analizzati durante l'incontro descrivono un settore che vanta un potenziale enorme ma inespresso. L'indotto complessivo, che abbraccia non solo la cattura in mare e l'acquacoltura, ma anche la trasformazione della materia prima, la ristorazione e la distribuzione, supera i quattrocento milioni di euro annui. La produzione totale oscilla tra le trentamila e le quarantaquattromila tonnellate. A garantire il grosso delle catture è la cosiddetta piccola pesca artigianale, un sistema praticato da circa novecento barche che utilizzano reti fisse e nasse a ridosso della costa, lasciando allo strascico — la pesca di profondità effettuata trainando le reti sul fondale — appena il dieci per cento della flotta. Dinanzi a questa disparità tra produzione e consumo interno, Piana non usa mezzi termini per denunciare il blocco del mercato: “Questo è un dato che grida vendetta per un'isola che vanta una flotta di oltre 1.300 imbarcazioni e un giro d'affari potenziale di svariate centinaia di milioni di euro”.
A zavorrare le stive non è la carenza di pesci. Secondo Benedetto Sechi, presidente dell'ente territoriale che gestisce i fondi europei per la costa settentrionale sarda, la qualità del pescato locale è elevata, ma sconta la mancanza cronica di porti modernamente attrezzati e di una filiera organizzata capace di piazzare il prodotto. Il quadro si fa ancora più fosco ascoltando Paolo Ninniri, presidente del distretto che riunisce le imprese marittime isolane. Ninniri parla di una crisi diventata strutturale, alimentata da costi di carburante e gestione insostenibili, dall'assenza totale di un ricambio generazionale tra gli equipaggi e da una burocrazia che impone agli armatori carichi amministrativi sproporzionati rispetto alle ore di effettivo lavoro in mare.
Sulla delicata linea di confine tra la salvaguardia dell'ecosistema e il diritto al lavoro è intervenuto Mariano Mariani, ex direttore dell'ente di tutela del Parco di Porto Conte. «Il mare sardo è un ecosistema fragile ma produttivo. La sfida non è limitare la pesca, ma costruire regole intelligenti che permettano il ripopolamento senza distruggere il lavoro delle comunità costiere», ha spiegato Mariani. L'ex direttore ha poi tracciato la rotta da seguire: “Solo unendo produzione, tutela ambientale, valorizzazione economica e sovranità alimentare si potrà impedire che il mare della Sardegna diventi una ricchezza dispersa altrove”. Per tradurre le intenzioni in pratica, dal tavolo tecnico è emersa una strategia netta e priva di filosofie. Il piano prevede di dosare l'intensità della pesca sulla base di studi scientifici reali, imponendo la rotazione delle zone battute dalle reti e istituendo periodi di fermo biologico integrali e sorvegliati, ossia blocchi temporanei calcolati per consentire alle specie di riprodursi senza subire prelievi.
A questo si accompagna la necessità di iniettare capitali per ammodernare le attrezzature, finanziando l'acquisto di reti selettive capaci di abbattere le catture accidentali di pesci troppo piccoli o non commerciabili. Si spinge inoltre per potenziare l'allevamento in mare attraverso la maricoltura rigenerativa, operando in stretta alleanza con i dipartimenti universitari. Il cardine del progetto rimane però la sussistenza di chi va per mare: la sostenibilità ambientale non può esistere senza garantire un reddito sicuro ai pescatori, che andranno incentivati economicamente per l'adozione di pratiche virtuose. Le conclusioni, affidate a Gavino Gaspa, spostano definitivamente il mirino dalle banchine ai palazzi della politica. Per l'esponente sardista, la paralisi della pesca non deriva dall'esaurimento delle risorse naturali, ma da un cronico vuoto direttivo. Manca una programmazione economica di ampio respiro che leghi tra loro i vari settori produttivi della Sardegna, condannando l'isola a vivere di emergenze e precludendo ogni reale prospettiva per le nuove generazioni.