La carica dei pretoriani: cento milioni per spezzare il ricatto del mare

In Sardegna, la geografia non è un paesaggio, è un destino. E quasi sempre è un destino che si paga in fattura. Per chi produce in quest'Isola, il Tirreno non è "il mare più bello del mondo", ma un balzello invisibile che pesa sulle merci come una tassa medievale. Un autoarticolato che deve sbarcare nella Penisola costa il settanta per cento in più di un suo omologo che corre sull'asfalto tra Milano e Roma. È il cosiddetto "costo dell'insularità", un concetto che i politici maneggiano da decenni come un rosario, ma che oggi, sotto i colpi del caro-carburanti e delle crisi internazionali, rischia di diventare l'epitaffio di intere filiere produttive.

A sollevare il velo sull'urgenza di intervenire è il gruppo consiliare "Uniti per Todde – Cantiere Riformista". Per il lettore che segua le vicende di Via Roma — la sede del Consiglio Regionale — questo non è un gruppo come gli altri: è la "guardia scelta" della Presidente, una formazione che si è recentemente rinvigorita con l'innesto di Gianfranco Satta (già assessore e veterano delle battaglie agricole) e che vede Sebastian Cocco ormai stabilmente accomodato sulla poltrona di assessore agli Affari Generali.

I quattro — Di Nolfo, Frau, Satta e Cocco — si sono riuniti ieri per mandare un messaggio chiaro alla Giunta: il tempo delle analisi è scaduto, serve la "Variazione di Bilancio". Per chi non masticasse il gergo delle segreterie, la variazione è il momento in cui la Regione riapre il portafoglio per ridistribuire i soldi avanzati o quelli arrivati all'ultimo minuto. Ed è qui che i "pretoriani" della Todde chiedono un atto di coraggio che non ha precedenti.

L'idea è semplice nella sua audacia: utilizzare i 100 milioni di euro annui per il biennio 2026/2027, frutto dell'accordo Stato-Regione sulla "vertenza entrate" (i soldi che Roma ha finalmente restituito a Cagliari), per creare uno scudo strutturale contro i rincari. Non un sussidio una tantum, ma uno stanziamento che compensi gli extra-costi che le imprese sarde pagano per il solo fatto di non essere nate a Bologna.

«Saremmo la prima Regione in Italia ad adottare misure straordinarie a tutela del comparto produttivo e a salvaguardia dei redditi delle famiglie», dicono dal gruppo. Il riferimento non è casuale. La proposta riprende un ordine del giorno del 13 gennaio scorso, che vedeva proprio Satta come primo firmatario. Allora la maggioranza si era impegnata a parole; oggi, con i prezzi alla pompa che mordono i bilanci di agricoltori, artigiani e albergatori, si chiede di passare ai fatti.

Il punto è squisitamente politico. "Uniti per Todde" sa bene che la sanità resta la voragine che tutto inghiotte e che richiede stanziamenti imponenti per rafforzare i servizi nei territori. Ma ammonisce: se salviamo gli ospedali e facciamo fallire le aziende, avremo solo pazienti più poveri. Turismo, agroalimentare e artigianato sono settori che vivono di logistica; se il trasporto diventa un lusso, la Sardegna si trasforma in una splendida prigione economica.

Il Consiglio regionale è dunque chiamato a discutere questa manovra in tempi record. La sfida è trasformare quei cento milioni da semplice voce contabile in ossigeno per chi lavora. Resta da vedere se il resto della coalizione seguirà questo scatto in avanti dei fedelissimi della governatrice o se la variazione di bilancio finirà, come spesso accade, nel tritacarne delle mille piccole richieste locali. Per ora, il guanto è stato lanciato: spezzare il ricatto del mare prima che il mare si porti via il resto dell'economia.

Politica

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