Sanità, Speranza in Sardegna: “Così non regge”. Scontro su fondi, personale e rischio privatizzazione silenziosa

Speranza torna in Sardegna e cambia il tono della discussione: meno tecnica, più politica. La tesi è netta, senza giri. “La sanità pubblica è il più grande fattore di uguaglianza del Paese. Se si indebolisce, si indebolisce la democrazia”. Qui “uguaglianza” non è parola da convegno: significa che il reddito non deve decidere chi si cura e chi aspetta.

Due città, Cagliari e Sassari. Due platee piene: amministratori, medici, sindacati. Il quadro che emerge è lo stesso da anni, ma più teso. Pronto soccorso sotto pressione, camici che mancano, agende che slittano. La lista è concreta: turni scoperti, reparti che arrancano, attese che si allungano.

Speranza mette tre chiodi nel muro. Primo: fermare il definanziamento del Servizio sanitario nazionale. Tradotto: negli ultimi anni la spesa non ha tenuto il passo del Pil, il sistema pesa meno sull’economia e regge peggio sui cittadini. Secondo: personale. “Piano straordinario di assunzioni e valorizzazione”. Valorizzare vuol dire stipendi, carriere, condizioni di lavoro. Senza, il pubblico perde pezzi. Terzo: territorio. La medicina fuori dall’ospedale, quella prevista dal PNRR, resta a metà strada. Case e ospedali di comunità sulla carta o in ritardo.

Poi l’avvertimento, che è anche una diagnosi: “privatizzazione silenziosa”. Non una legge che cambia tutto in una notte, ma un arretramento lento. Il pubblico non copre, il privato riempie. Chi può paga, chi non può aspetta. La selezione entra dalla porta di servizio.

Il passaggio con i sindacati dura oltre tre ore. Non è passerella. È inventario dei problemi: carenza cronica di medici e infermieri; pronto soccorso che non coprono i turni; gettonisti chiamati a tappare i buchi — medici pagati a prestazione, soluzione rapida e costosa; servizio pubblico che perde attrattiva. Meno vocazioni, più fughe. La richiesta è una sola, ripetuta con parole diverse: interventi strutturali. Fine delle toppe.

Il Partito Democratico, con il segretario regionale Silvio Lai, traduce in linea: più risorse, programmazione del personale, spinta sulla medicina territoriale, riduzione delle distanze tra territori. “Programmazione” qui è la parola che manca da anni: formare, assumere, distribuire. Non rincorrere le emergenze.

La Sardegna amplifica tutto. Insularità vuol dire chilometri, collegamenti, tempi. Se un reparto chiude a cento chilometri, non è un dettaglio: è accesso negato. Servono politiche mirate, non copie carbone.

Gli elenchi degli interventi — sindacati, ordini professionali, terzo settore — riempiono la sala e danno il senso del fronte. CGIL, CISL, UIL; medici di famiglia, infermieri; commissioni e forum. A Cagliari coordina Ivana Dettori, a Sassari Gianfranco Ganau. Nomi e sigle, ma la sostanza resta una: il sistema è a un bivio.

La scelta, detta senza perifrasi, è questa: difendere un modello universalistico oppure accettare che il reddito filtri l’accesso alle cure. Il resto — convegni, documenti, manifesti — conta fino a un certo punto. Qui si misura la politica, non la retorica.

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