In Sardegna il confine tra tutela dell’ambiente e paralisi delle campagne è spesso segnato da un faldone polveroso. Per anni, piantare un palo o recintare un pascolo ha significato infilarsi in un labirinto di uffici, pareri contrastanti e timbri negati "per principio". La carta, però, è cambiata. Il 20 marzo 2026, il Consiglio di Stato — il massimo organo di giustizia amministrativa in Italia, quello che decide in ultima istanza se un atto della Pubblica Amministrazione è legittimo o se è carta straccia — ha depositato la sentenza n. 2395. Una decisione che mette ordine nel caos dei vincoli paesaggistici.
La responsabilità del Comune
Il primo punto fermo riguarda i sindaci e i loro uffici tecnici. Molti Comuni sardi, davanti a un’opera realizzata in area vincolata, hanno spesso giocato a scaricabarile: "Aspettiamo che si pronunci l'autorità del paesaggio". Errore. La sentenza chiarisce che il Comune mantiene pienamente il potere di vigilanza edilizia. Se l'opera è priva di titolo, l'amministrazione deve ordinare demolizione e ripristino. La "leale collaborazione" con altri enti non è una scusa per l'inerzia.
Il paesaggio non è un dogma astratto
Qui entra in gioco il Codice dei beni culturali e del paesaggio, ovvero il decreto legislativo 42 del 2004, il "Vangelo" che norma cosa si può toccare e cosa no nelle zone di pregio. L’etimologia di paesaggio deriva da paese, che a sua volta affonda le radici nel latino pagus (villaggio, distretto rurale). Il paesaggio è dunque un territorio modellato dall'uomo, non una teca di vetro in cui nulla deve muoversi.
I giudici hanno stabilito che le esclusioni dall’autorizzazione paesaggistica previste dall’articolo 149 del Codice non sono un elenco automatico da spuntare col righello. Un'opera è esclusa non perché lo dice un modulo, ma perché "in concreto" non rovina la bellezza del luogo. Una tettoia o un cancello in un’azienda agricola già avviata non sono la stessa cosa di un manufatto di cemento su una scogliera vergine. Conta il contesto, non la buografia.
L'architettura del disordine: il SUE
La sentenza bacchetta anche l'organizzazione interna dei municipi. Lo Sportello Unico per l’Edilizia (SUE) — l'ufficio creato per essere l'unico interlocutore del cittadino, semplificando la giungla di carte — non può permettersi schizofrenie. Due uffici dello stesso Comune non possono dare pareri opposti sulla stessa pratica. È un danno diretto all'impresa e una violazione della trasparenza amministrativa.
Per il Centro Studi Agricoli – Sardegna, l'organismo che monitora le dinamiche del comparto agropastorale isolano, questa pronuncia è una liberazione. Il presidente Tore Piana ha accolto la decisione con parole nette: «Questa sentenza dice una cosa semplice ma rivoluzionaria per la Sardegna: il paesaggio si tutela con valutazioni serie e responsabilità non con automatismi e paura di decidere. Per anni agricoltori e allevatori sono stati trattati come potenziali abusivi anche per un cancello o una recinzione. Il Consiglio di Stato afferma che conta il contesto e l impatto reale e questo è esattamente ciò che chiediamo da tempo. Ora Comuni Regione e uffici tecnici non hanno più alibi devono conoscere i territori decidere e assumersi la responsabilità delle scelte. Difendere l ambiente significa anche permettere a chi lavora la terra di continuare a farlo».
Il messaggio è arrivato a destinazione. Resta da capire se la burocrazia regionale e comunale saprà tradurre questi principi in prassi quotidiana o se, per timore di una firma, continuerà a preferire l'abbandono delle terre alla loro manutenzione. Può la tutela dell'ambiente prescindere dalla presenza di chi, quella terra, la abita e la lavora ogni giorno?