Mafie e carceri, la Sardegna alza le barricate: «Non stiamo a guardare, serve una Commissione d'inchiesta»

Il gruppo "Uniti" lancia la proposta in Consiglio regionale: un organismo permanente per vigilare su criminalità e corruzione. Di Nolfo: «L'arrivo dei boss al 41-bis mette sotto pressione un sistema già fragile. A rischio anche modelli virtuosi come Alghero»

CAGLIARI – La Sardegna non è più un'isola felice, o quantomeno non può più permettersi il lusso di pensarlo. Di fronte alle grandi trasformazioni criminali e alla pressione esercitata dalle scelte romane sul sistema penitenziario, il Consiglio regionale decide di non restare alla finestra. La proposta arrivata ieri sul tavolo è di quelle pesanti: istituire una Commissione consiliare permanente d'inchiesta e vigilanza su criminalità organizzata, infiltrazioni mafiose e corruzione.

A lanciare l'allarme e la soluzione è il gruppo "Uniti", con i consiglieri Valdo Di Nolfo, Sebastian Cocco e Giuseppe Frau. L'idea non nasce dal nulla, ma è la risposta politica a un fenomeno preciso: l'arrivo massiccio di detenuti in regime di 41-bis, deciso dal Governo nazionale, che sta cambiando gli equilibri interni all'Isola.

L'effetto a cascata. Valdo Di Nolfo, promotore dell'iniziativa, spiega che il problema non resta chiuso dentro le celle di massima sicurezza. Esce fuori, permea il territorio, stressa le strutture. «Questo è un messaggio politico chiaro: la Regione Sardegna e il Consiglio regionale non stanno a guardare», scandisce il consigliere algherese. «La scelta di concentrare in Sardegna detenuti sottoposti al regime del 41-bis sta creando una pressione enorme sul sistema carcerario regionale. Non riguarda solo le strutture direttamente interessate, ma produce un effetto a cascata che ricade anche su carceri che non ospitano il 41-bis, mettendo in difficoltà un sistema già fragile».

Il caso Alghero. Per far capire che non si tratta di teoria, Di Nolfo porta l'esempio di casa sua. «Ci sono realtà, come Alghero che è stata per tanto tempo un modello di carcere virtuoso in tutta Italia, che per oltre venticinque anni non hanno mai vissuto situazioni di sovraffollamento e che oggi iniziano a mostrare crepe evidenti. Modelli costruiti con fatica rischiano di essere compromessi da scelte calate dall’alto dal Governo Meloni».

Economia e radici. Ma l'antimafia, per Di Nolfo, non è solo una questione di sbarre e secondini. È una faccenda di soldi e, per lui, anche di sangue. «Per me l’antimafia è anche una questione personale – confessa – le mie origini siciliane mi riportano all’impegno di mio padre contro la mafia. In questi anni ho imparato che dove l’economia è più debole è più facile l’infiltrazione criminale, soprattutto nei territori che diventano monoculture economiche ed è il caso di alcuni luoghi della nostra isola che per esempio vivono di solo turismo».

Fronte comune. La proposta non è isolata. Alla conferenza stampa di presentazione c'erano i sindaci di Nuoro e Uta (territori in prima linea sul fronte carcerario), rappresentanti del M5S e di Orizzonte Comune, oltre ad Antonello Caria del sindacato di Polizia SIULP. L'obiettivo finale, conclude Di Nolfo, è creare uno strumento di responsabilità istituzionale: «Serve a fare fronte comune con chi ogni giorno combatte questi fenomeni, a rafforzare la capacità di prevenzione e a difendere la Sardegna, le sue comunità e il suo futuro dentro un perimetro rigoroso di legalità e democrazia».

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