La confederazione degli agricoltori denuncia un passivo di trecentosessanta euro per ogni ettaro coltivato. Sotto accusa la commissione nazionale incaricata di fissare i prezzi. Venerdì a Serrenti scatta la mobilitazione generale alla presenza dell'assessore regionale Agus.
Il crollo delle quotazioni spinge la cerealicoltura isolana verso il fallimento istituzionalizzato. La sezione di Cagliari e del Sud Sardegna della Confederazione Italiana Agricoltori lancia un allarme che travalica il mero bollettino dei mercati per investire la tenuta demografica dell'entroterra: se le dinamiche attuali non verranno corrette, nei prossimi anni mancheranno i contadini disposti a seminare il grano, condannando interi territori, a partire dal bacino del Medio Campidano, a un inesorabile spopolamento agricolo e sociale.
La radiografia della crisi poggia sui numeri ufficiali redatti dall'istituto statale per i servizi sul mercato agricolo. In base a queste rilevazioni, antecedenti ai recenti rincari globali innescati dai conflitti internazionali, la coltivazione del grano duro nel meridione impone investimenti strutturali che sfiorano i trentadue euro per ogni quintale prodotto. In Sardegna, dove la terra restituisce una resa media di trenta quintali per ettaro, i conti si scontrano duramente con le ultime stime della Commissione Unica Nazionale. L'organismo centrale incaricato di stabilire le tariffe di riferimento ha fissato per le Isole, nella seduta del venticinque maggio, un prezzo di circa ventitré euro al quintale. Al netto delle spese obbligatorie per lo stoccaggio e i trasporti logistici, in tasca ai produttori rimangono appena venti euro netti. Una forbice che, calcolata sui ventottomila ettari di campi coltivati a livello regionale, genera un disavanzo di dodici euro al quintale, traducendosi in una perdita netta di trecentosessanta euro per ettaro e in una voragine contabile complessiva che supera i dieci milioni di euro.
Sul banco degli imputati finisce proprio la commissione deputata alla determinazione dei prezzi. I vertici dell'associazione agricola contestano all'ente di aver tradito il proprio mandato originario di tutela della filiera. Invece di correggere le storture e bilanciare i rapporti di forza tra la grande distribuzione e le campagne, l'organismo si limiterebbe a registrare passivamente le manovre al ribasso, scaricando l'intero rischio d'impresa unicamente sulle spalle dei coltivatori.
Per arginare l'emorragia finanziaria, la dirigenza sindacale invoca una riforma immediata delle sedute di calcolo e l'introduzione di tutele vincolanti per agganciare le tariffe minime di vendita ai costi reali di produzione, chiedendo la piena applicazione dei decreti contro le pratiche commerciali sleali. A questo si aggiunge la richiesta di una norma rigorosa sulla tracciabilità, volta a imporre l'utilizzo esclusivo di materia prima locale per la realizzazione dei prodotti tradizionali sardi. "Non è possibile sbandierare concetti come la qualità del Made in Italy o la sovranità alimentare se si permette il progressivo impoverimento della base produttiva", si legge nel documento diffuso dai portavoce della confederazione, i quali ribadiscono in modo netto come "La difesa del reddito dei coltivatori è il primo, imprescindibile tassello per salvare il futuro rurale della Sardegna".
La vertenza si sposterà ora dalle segreterie alle piazze. Per rivendicare la deroga alle discipline ordinarie sugli aiuti di Stato e garantire così la sopravvivenza economica delle aziende, i rappresentanti agricoli hanno indetto un'assemblea pubblica per venerdì cinque giugno. L'incontro, aperto agli amministratori locali e alla cittadinanza, è convocato per le ore diciassette nei locali dell'ex mattatoio di Serrenti, in via Nazionale. Al vertice, che segnerà l'avvio formale della mobilitazione territoriale, prenderà parte l'assessore regionale all'Agricoltura Francesco Agus.