Il gruppo lascia Dole nel primo pomeriggio con davanti la tappa più lunga di questa
Grande Boucle, duecentocinque chilometri e mezzo che dallo Jura salgono verso i Vosgi.
La carovana è più povera di tre unità: la caduta nel finale di Chalon-sur-Saône ha lasciato
a terra Fernando Gaviria e Jenno Berckmoes, entrambi con la clavicola fratturata, e
neppure Frits Biesterbos prende il via. In fondo alla frazione aspetta il Ballon d'Alsace, la
prima grande montagna che il Tour osò affrontare, nel 1905. Ma prima di arrivarci ci sono
centocinquanta chilometri di pianura piatta, dove l'unica certezza è che la fuga se la dovrà
sudare.
E infatti si parte a razzo. Kwiatkowski, Asgreen, Vervaeke, Kirsch e Zimmermann provano
per primi ad andarsene, ma il plotone corre alla media folle di 56 chilometri orari nella
prima ora e li riassorbe uno dopo l'altro. In un Tour in cui sono ancora tante le squadre a
secco di vittorie, la voglia di entrare nella mossa giusta è enorme e gli attacchi non si
contano: il gruppo si sfilaccia e si ricompone di continuo, finché non prende corpo un
drappello di trentasette uomini. Non basta. Mads Pedersen in persona, con il verde sulle
spalle, si mette a tirare e trascina fin lì un secondo gruppo di inseguitori. Quando le due
pattuglie si saldano, davanti restano in cinquantasette, un terzo dell'intero gruppo. La Lidl-
Trek, rimasta col cerino in mano perché priva di uomini nell'azione buona, prova a
chiudere con quattro elementi e poi si arrende.
In quella fuga c'è Tom Pidcock, il meglio piazzato in classifica, decimo a undici minuti e
quarantanove. La sua Pinarello Q36.5 mette quattro uomini davanti e detta l'andatura, il
margine cresce oltre gli otto minuti e mezzo e il britannico si ritrova, sulla strada,
virtualmente secondo alle spalle del solo Pogacar. Nel gruppo maglia gialla si fa avanti la
Bahrain Victorious, a proteggere il nono posto di Lenny Martinez, e poi la Red Bull-BORA-
hansgrohe; ma la UAE Team Emirates XRG, che ha infilato McNulty e Wellens nella fuga,
si guarda bene dal tirare. Del resto, alla partenza, a chi gli domandava se avrebbe fatto
inseguire, Pogacar aveva risposto senza sbilanciarsi, che tutto sarebbe dipeso da chi
fosse finito davanti.
Al traguardo volante di Mélisey si accende la sfida della maglia verde: Jasper Philipsen
passa per primo e incamera venticinque punti davanti a Pedersen e Girmay, rosicchiando
ancora terreno al danese. È soltanto l'antipasto, perché subito dopo la strada comincia a
salire davvero.
Il Col des Croix sgretola la fuga, con Quinten Hermans a scollinare per primo e Pidcock
sulla sua ruota. Ma è sul Ballon d'Alsace che la corsa prende forma. Il britannico ne fa il
proprio teatro: tira, rilancia, risponde a ogni scatto, si rialza e riparte, e in cima passa per
primo prendendosi anche i punti del Gran premio della montagna. Attorno a lui la
selezione è spietata: allunga Van Gils, prova Plapp, ci riprova Jegat, e quando la salita
finisce davanti sono rimasti in dieci. Con Pidcock viaggiano McNulty, Wellens, Van Gils,
Tejada, Vauquelin, Plapp, Schmid, Braz Afonso e Jegat.
Nella discesa tecnica e nel falsopiano che riporta a Belfort manca però l'accordo. Ognuno
guarda l'altro, e a sedici chilometri dal traguardo Harold Tejada e Mauro Schmid ne
approfittano per scivolare via insieme. Alle loro spalle Luke Plapp, compagno di squadra
dello svizzero, si siede sulla ruota degli inseguitori e ne spegne ogni reazione: un lavoro
prezioso, che lascia respirare i due davanti. Il vantaggio sale, tocca i venti secondi, e
dietro si continua ad attaccarsi e a controllarsi senza costrutto.
Sotto la fiamma rossa, però, anche i due battistrada si studiano. Rallentano, quasi si
fermano a guardarsi a seicento metri dall'arrivo, mentre da dietro rientra minaccioso
Wellens. A duecento metri Tejada si decide e lancia la volata, tirandola a lungo di forza;
Schmid resta incollato alla sua ruota, per un attimo sembra non venirne a capo, poi lo
rimonta proprio sulla linea e va a vincere. Taglia il traguardo impennando, le braccia
spalancate e l'indice puntato al cielo.
Alle loro spalle Tom Pidcock regola gli inseguitori
dopo aver ripreso Wellens all'ultimo respiro, chiude terzo e si prende i quattro secondi di
abbuono.
È il primo squillo della Team Jayco AlUla in questo Tour, arrivato dopo aver riempito la
fuga con quattro uomini e averla governata fino all'ultimo metro. Il gruppo maglia gialla
transita con sette minuti e trentuno di ritardo, e quel margine ridisegna la classifica:
Pidcock, che era partito decimo, vola su fino ai piedi del podio, a poco più di quattro minuti
da una vetta che resta saldamente di Tadej Pogacar. Sulle spalle di Mads Pedersen,
intanto, il verde è ancora lì.
Ordine d'arrivo
1. Mauro Schmid (Team Jayco AlUla) 4h06'58"
2. Harold Tejada (XDS Astana Team) s.t.
3. Tom Pidcock (Pinarello Q36.5 Pro Cycling Team) +2"
4. Maxim Van Gils (Red Bull-BORA-hansgrohe) +2"
5. Brandon McNulty (UAE Team Emirates XRG) +2"
6. Kévin Vauquelin (Netcompany INEOS) +2"
7. Jordan Jegat (TotalEnergies) +2"
8. Clément Braz Afonso (Groupama-FDJ United) +2"
9. Tim Wellens (UAE Team Emirates XRG) +2"
10. Luke Plapp (Team Jayco AlUla) +11"
Classifica generale
1. Tadej Pogacar (UAE Team Emirates XRG)
2. Jonas Vingegaard (Visma | Lease a Bike) +3'36"
3. Remco Evenepoel (Red Bull-BORA-hansgrohe) +4'06"
4. Tom Pidcock (Pinarello Q36.5 Pro Cycling Team) +4'14"
5. Juan Ayuso (Lidl-Trek) +4'22"
6. Paul Seixas (Decathlon CMA CGM Team) +4'35"
7. Florian Lipowitz (Red Bull-BORA-hansgrohe) +4'44"
8. Isaac Del Toro (UAE Team Emirates XRG) +5'08"
9. Mattias Skjelmose (Lidl-Trek) +5'45"
10. Lenny Martinez (Bahrain Victorious) +6'34"