Centocinquantasei chilometri da Chieti a Fermo, la costa adriatica
nei primi cento e i muri marchigiani racchiusi nel finale: una giornata
di raffiche, scatti a ripetizione e fughe soffocate sul nascere, finché
la corsa non si sgretola davvero.
Chieti rivede il Giro dopo diciassette anni, dal 2009, e lo saluta con
il sole alto su piazza San Giustino. Le firme si chiudono presto, ma
il chilometro zero si fa attendere: alle 13:23 Martin Marcellusi della
Bardiani CSF 7 Saber è alle prese con un cambio di ruota, mentre
Giovanni Lonardi del Team Polti VisitMalta resta a lungo l'ultimo
della fila. Solo alle 13:37 il direttore di corsa può abbassare la
bandiera.
E si parte di slancio. Filippo Turconi prova subito, Alberto Bettiol lo
segue, e tra gli scatti si vede anche Giulio Ciccone, che oggi corre
in casa sua e ci prova a ogni pieghevole della strada. Si forma un
drappello di sei uomini, ma il gruppo non concede nulla. A -149,6
km sono Bettiol e Filippo Ganna a guadagnare metri: i due italiani,
cronomen di razza, scavano un margine che a -148 km vale 10", a -
144,1 km già 28". Dietro, ogni volta che Jonathan Milan tenta
l'allungo Paul Magnier lo marca a vista, duello a distanza per i punti
del traguardo volante.
A -133,8 km il vantaggio dei due battistrada tocca i 30", poco più di
un soffio. La corsa intanto si fa nervosa e cattiva: a -120,6 km una
caduta in gruppo manda a terra un corridore della Pinarello Q36.5.
È Fabio Christen, rimasto a lungo immobile sull'asfalto. A -117,4 km
arriva l'ufficialità del suo ritiro, primo abbandono di giornata. Più
avanti deve alzare bandiera bianca anche Jake Stewart della NSN
Cycling Team, salito in ammiraglia.
Bettiol e Ganna resistono fino a -103,5 km, poi vengono riassorbiti
dopo una cavalcata di una quarantina di chilometri. Riparte il valzer
degli scatti, mentre la prima parte adriatica scorre via veloce e il
vento comincia a farsi sentire. Le raffiche laterali diventano
violentissime e attorno a -75 km producono l'effetto cercato da tante
gambe per ore: il gruppo si spezza. Davanti restano in tre, Mikkel
Bjerg e Jhonatan Narváez della UAE Team Emirates XRG insieme
al norvegese Andreas Leknessund della Uno-X Mobility. È la fuga
buona.
Leknessund passa per primo al traguardo volante di Cupra
Marittima. Alle loro spalle si forma un nutrito plotone di ventuno
contrattaccanti, nessun uomo pericoloso per la classifica, ma senza
una vera intesa: il distacco dal terzetto resta sospeso attorno al
minuto e non scende. Il gruppo maglia rosa, dopo qualche tentativo
di rincorsa, lascia fare: a -56,3 km il ritardo è di 1'21", sintomo che
la giornata appartiene ormai a chi è scappato.
Cominciano i muri. Sulla salita di Montefiore dell'Aso si sgranano i
velocisti, perdono contatto Milan e Davide Ballerini. Bjerg passa in
testa al primo GPM, Narváez transita primo a Monterubbiano. A -
22,5 km, in cima al muro del Ferro, Bjerg coglie anche il Red Bull
KM davanti a Leknessund e Narváez. Il gruppo, intanto, viaggia a
oltre 3'30" e ha smesso di credere alla rimonta. La terza ora di
corsa si chiude a una media folle di 46,7 km/h.
A -10,7 km comincia il muro di Capodarco, la salita dello storico GP
U23: 2,5 km al 6,3 per cento con punte al 18. Qui Narváez piazza la
prima zampata vera della sua giornata. Bjerg ha ormai esaurito il
suo compito di gregario e cede; Leknessund invece resiste, prova a
rientrare del suo passo, e per un attimo sembra riagganciare la
ruota dell'ecuadoriano. È allora che Narváez rilancia, secco, proprio
nell'istante in cui il norvegese sta per chiudere il buco. Il colpo è
definitivo: a -9 km la corsa ha il suo uomo solo al comando.
Da lì in avanti è una cavalcata in solitaria che dura quasi dieci
chilometri. Narváez guadagna anche nei tratti in discesa, dove di
norma un fuggitivo isolato fa fatica a difendersi, e arriva al terribile
muro di via Reputolo, 800 metri al 14,3 per cento con punte al 22,
ancora con una quindicina di secondi di margine. Lo affronta con
sorprendente souplesse, la folla assiepata sulle transenne a
spingerlo virtualmente sui pedali. Restano gli ultimi strappi nel
centro storico di Fermo, il pavé chiaro, la rampa conclusiva al 10
per cento. Alle 17:04 Jhonatan Narváez taglia il traguardo da solo, il
pugno levato al cielo.
Per l'ecuadoriano è il secondo successo personale in questo Giro
dopo quello di Cosenza, il quarto in carriera nella corsa rosa. E vale
doppio, perché arriva da una stagione nata male: a gennaio, al Tour
Down Under, una caduta violenta gli era costata diverse fratture da
compressione alle vertebre toraciche, mettendo fine in anticipo alla
sua primavera. Tre mesi di lavoro paziente in Ecuador, lontano dalle
corse, prima di ritrovare la bicicletta dei giorni migliori. È anche la
terza tappa della UAE Team Emirates XRG in questa edizione:
privata dei suoi uomini di classifica nella maxicaduta bulgara, la
squadra ha riscritto i piani e trasformato il Giro in una caccia ai
successi parziali, centrati da Narváez a Cosenza, da Igor Arrieta a
Potenza e oggi di nuovo dall'ecuadoriano.
Leknessund chiude secondo a 32", terzo è il suo compagno Martin
Tjøtta, che firma una doppietta Uno-X Mobility sul podio di tappa.
Dietro arrivano i contrattaccanti, da Guillermo Silva a Lorenzo Milesi
a Christian Scaroni.
Più indietro, il gruppo maglia rosa regala l'ultima scaramuccia. A
due chilometri dall'arrivo Afonso Eulálio scatta in cerca di abbuoni:
la Visma reagisce in fretta con Victor Campenaerts e poi Sepp
Kuss. Sulla rampa finale Jai Hindley accelera, Jonas Vingegaard ne
approfitta per restare a ruota e i due limano due secondi a Giulio
Pellizzari e agli altri capitani. Il marchigiano, sulle strade di casa,
resta a controllare senza trovare il varco per un acuto. Niente di
travolgente, ma la classifica si muove di un'inezia.
Eulálio conserva la maglia rosa. Alle sue spalle Vingegaard resta
secondo a 3'15", Gall terzo a 3'34", mentre la fuga premia Scaroni
che balza al quarto posto a 4'18". Seguono Hindley a 4'23",
Pellizzari a 4'28", Ben O'Connor a 4'32". Domani la corsa lascia il
mare e punta verso l'Appennino, da Cervia a Corno alle Scale.