Se la Storia diventa un tribunale per statue di bronzo

Leggo, con un misto di noia e rassegnazione che ormai mi accompagna l’ennesima invettiva contro i padri, i nonni e i bisnonni di questa povera Italia. Stavolta tocca a Saverio Tommasi, che dalle colonne digitali di Fanpage si erge a giudice supremo della toponomastica e della statuaria nazionale.

Il titolo è un programma: l’Italia è piena di fascisti e violenti, ed è giusto abbatterli? O meglio, "risemantizzarli", termine orrendo che puzza di sociologia d'accatto e che significa, in soldoni: coprirli di vergogna, metterli alla gogna postuma, appiccicargli addosso un cartello con su scritto "cattivo", come si faceva a scuola con gli asini.

Naturalmente, nel mazzo dei reprobi, tra un Re Umberto I (colpevole di aver regnato) e un Almirante (colpevole di essere stato fascista, cosa che in Italia, fino al 25 luglio del '43, riguardava circa il 98% della popolazione), ci è finito pure Montanelli. O meglio, la statua ai Giardini di Milano. Viene definito "colonialista e acquirente di bambine", un "pezzo di criminale" da esporre al pubblico ludibrio.

Ora, lasciamo perdere la persona. Di lui hanno detto di tutto quando era vivo, figuriamoci se lo preoccuperebbe ora che è una statua. Ha sempre detto che se un giorno avessero buttato giù quel bronzo, mi avrebbero fatto un favore: i piccioni non hanno rispetto per nessuno, nemmeno per i "pezzi di criminale". Ma il punto non è Montanelli, né la povera Destà, la sua sposa abissina che ha sposato con un regolare contratto locale e che ha rispettato secondo le leggi e gli usi di quel tempo e di quel luogo, non secondo il codice penale di Saverio Tommasi anno domini 2026.

Il punto è questa mania giacobina, tipicamente italiana, di fare il processo alla Storia con il codice civile del presente. È un esercizio facile e vigliacco. È facile sentirsi moralmente superiori a un uomo del 1909 stando seduti su una poltrona ergonomica con l'aria condizionata, senza aver mai respirato la polvere d'Africa, senza aver mai sentito l'odore della guerra, senza aver mai dovuto fare i conti con una mentalità che non era "sbagliata": era semplicemente altra.

Questi signori vorrebbero un'Italia linda e pinta, una cartina geografica depurata da ogni peccato. Via via Neghelli, perché ricorda i gas (che usammo, sì, e fu orribile, ma la guerra non è mai un pranzo di gala). Via Umberto I, perché Bava Beccaris sparò (e chi lo nega?). Via la statua del Granduca a Livorno, perché ci sono gli schiavi (dimenticando che la schiavitù, in quel secolo, era moneta corrente in tutto il Mediterraneo, e che i Mori facevano schiavi i Cristiani con la stessa allegria).

Vogliono le "statue giuste". Ma chi decide cosa è giusto? La Storia? No, la Storia non decide nulla, la Storia accade. A decidere sono loro, i nuovi preti della purezza, che vorrebbero trasformare le nostre piazze in un grande confessionale laico dove ogni monumento deve chiedere scusa per esistere.

Dicono che le statue non sono neutre. Vero. Nemmeno la stupidità lo è. Se dovessimo abbattere o "risemantizzare" tutti coloro che, visti con la lente del 2026, risultano essere stati violenti, misogini, razzisti o imperialisti, dovremmo spianare il Colosseo (lì ammazzavano la gente per divertimento), abbattere le statue di Giulio Cesare (un genocida, per i Galli), processare Dante (che metteva i sodomiti all'Inferno) e chiudere le chiese (che di roghi e inquisizioni ne sanno qualcosa).

L'Italia è quella che è. È fatta di santi, di poeti, di navigatori, e sì, anche di fascisti, di colonialisti, di re inetti e di generali feroci. Cancellare le tracce, o imbrattarle con la vernice rosa della vostra indignazione a posteriori, non vi renderà migliori. Vi renderà solo più ignoranti. Lasciate le statue dove sono. Servono a ricordarci chi eravamo. E se proprio vi danno fastidio, fate come i piccioni: limitatevi a scagazzarci sopra. È l'unica forma di critica che il bronzo tollera, e che la Storia, sorniona, perdona.

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