"Sindaca", "Avvocata", "Ministra", "Ingegnera": perché dà ancora fastidio usare le parole giuste?

  Molta, moltissima gente storce il naso quando si parla di Sindaca, Ministra, Avvocata. Sui social e nel dibattito pubblico capita spesso di sentire che queste sarebbero solo questioni grammaticali, dettagli esagerati rispetto ai problemi “veri”. La realtà parla chiaro: il linguaggio è il luogo in cui si forma la nostra realtà sociale. Cosa intendo dire? Se una lingua non nomina le donne, o le nomina soltanto in relazione a un uomo, quel linguaggio racconta qualcosa di preciso sul posto che la società attribuisce loro. In un certo senso, ciò che non viene detto rischia lentamente di scomparire anche dal pensiero collettivo. Basta osservare alcuni esempi. Parole come casalinga o segretaria evocano immediatamente il femminile. Al contrario, ruoli come dirigente o avvocato vengono ancora percepiti spontaneamente al maschile. È un riflesso culturale che racconta, anche solo implicitamente, una gerarchia di potere e di prestigio.

  Ma non solo: quante volte vi è capitato di sentire descrizioni come "la bella maestra”, “la giovane dottoressa”, “l’avvenente psicologa”. Essere belle, avvenenti, giovani ha per caso qualcosa a che fare con la competenza professionale? Una maestra non in là con l'età è competente? Una psicologa di bell'aspetto è più brava a risolverci i problemi? Be', direi di no. Eppure... Eppure ancora le donne vengono descritte così. Viene dato più risalto all'aspetto che al talento, alla bravura, alla competenza. Non è soltanto una questione di forma: è sostanza. C’è una domanda semplice che può aiutare a capire quanto il linguaggio influenzi il nostro modo di vedere il mondo. Se qualcuno dice: “I cittadini devono fare la loro parte”, chi immaginiamo? Un gruppo di uomini? Le donne, in tutto ciò, possono farsi gli affari propri o sono "incluse" nel discorso, pur non essendo state nominate? È un dettaglio solo apparente, ma in realtà racconta molto del rapporto tra linguaggio e società. Le parole non sono mai neutre. Sono il modo in cui costruiamo la realtà, il terreno da cui nascono idee, valori e progetti. Nel lavoro della comunicazione – e ancor più nel giornalismo – è evidente quanto una sola parola possa cambiare la percezione di un messaggio, di una persona o di un ruolo. Il linguaggio è, allo stesso tempo, uno strumento di potere e di libertà. E proprio da qui passa una parte importante della parità. E vogliamo per caso parlare degli stereotipi? Si badi bene, non è cattiveria, è solo abitudine: ma che male c'è a provare a cambiarla, questa abitudine, per scelte anche linguistiche più inclusive? “Uomo in carriera” suona come un complimento. “Donna in carriera”, invece, spesso appare quasi come un avvertimento. A un uomo raramente si chiede se abbia figli o come concili lavoro e famiglia. A una donna sì, e se è madre il sospetto è dietro l’angolo: starà trascurando i figli? Nell’immaginario collettivo la donna continua a essere prima madre e moglie. L’uomo? Semplicemente... è un uomo.

  A questa visione si accompagnano frasi che sembrano innocue ma che consolidano stereotipi radicati: “le donne sono emotive, gli uomini razionali”; “le donne non sono portate per la matematica o la tecnologia”; “una donna assertiva è aggressiva”; “le donne guidano peggio”; “una madre deve sacrificarsi sempre”. Tra gli stereotipi più tossici c’è poi quello che emerge nei casi di violenza. Nel racconto mediatico dei femminicidi capita ancora di leggere espressioni come “delitto passionale”, “raptus di gelosia”, “tragedia della separazione”. La donna uccisa viene spesso descritta attraverso la sua vita privata: “si stava separando”, “aveva un’altra relazione”. In questo modo la vittima rischia di essere colpevolizzata. E le parole, ancora una volta, fanno la differenza tra giustificare e denunciare. Perché la passione non uccide. Uccidono il possesso e una cultura patriarcale ancora radicata. Chi cerca di usare un linguaggio inclusivo non sta facendo il “poliziotto della grammatica”. Sta semplicemente tentando di includere chi, per molto tempo, è rimasto invisibile nella lingua – e quindi, simbolicamente, anche nello spazio pubblico. Le strade possibili? Utilizzare il femminile professionale quando è corretto – ministra, ingegnera, sindaca – alternare le forme, come studentesse e studenti, oppure scegliere espressioni più neutre, come le persone che lavorano in azienda. E smettiamola di associare aggettivi che indicano l'aspetto delle donne. Una ingegnerà non deve essere definita gentile, ma professionale. A chi storce il naso davanti a parole come sindaca, ministra o avvocata vale la pena ricordare che l’italiano è una lingua flessiva. Le parole cambiano forma in base al genere e al numero. Se esiste avvocato, la grammatica prevede naturalmente anche avvocata. Se questi femminili sono stati usati poco in passato, non è per una ragione linguistica ma sociale.

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