L'analisi del criminologo Luca Losito smonta la tifoseria da stadio sui social.
"Non si tratta di stabilire ideologicamente se vivere nel bosco sia giusto o sbagliato, ma di tutelare lo sviluppo dei minori e comprendere l'irrigidimento tra istituzioni e famiglia".
di Luca Losito*
Avevo quasi giurato che non me ne sarei occupato. Provo solo a dare un contributo, dal mio punto di vista, una lettura offerta dalla psicologia criminale. Nel dibattito che circonda il caso della cosiddetta famiglia del bosco di Palmoli, la dimensione più interessante, e secondo me anche più trascurata, è quella analitica propria della psicologia criminale.
Perché in questa vicenda non si tratta di stabilire, in modo ideologico, se vivere nel bosco sia giusto o sbagliato, né di aderire a una delle due narrazioni polarizzate che oggi dominano il dibattito pubblico. Il punto è comprendere quali dinamiche psicologiche e relazionali possano emergere quando una scelta radicale di vita familiare entra in conflitto con norme sociali, istituzionali e giuridiche pensate per la tutela dei minori.
La psicologia criminale contemporanea si concentra soprattutto sui processi decisionali, le dinamiche di gruppo e le forme di costruzione identitaria che possono condurre individui o nuclei familiari a configurazioni di forte isolamento sociale. In questo senso, il primo elemento analitico riguarda il possibile sviluppo di un sistema cognitivo chiuso, nel quale la famiglia tende a percepirsi come un’unità autonoma e autosufficiente, progressivamente impermeabile alle verifiche esterne.
Ma tale configurazione non coincide automaticamente con una patologia psichiatrica.
Nella maggioranza dei casi si tratta piuttosto di ciò che la letteratura definisce belief system rigidity (rigidità del sistema di credenze), vale a dire un assetto cognitivo nel quale le convinzioni diventano elementi identitari difficilmente negoziabili. Quando questo accade all’interno di una micro-comunità familiare il rischio non è tanto la devianza individuale, quanto la costruzione di una narrativa di contrapposizione con l’ambiente esterno.
In criminologia questa dinamica è ben conosciuta. Perché molti processi di radicalizzazione, sia essa ideologica, religiosa o comunitaria, nascono proprio da una progressiva costruzione di significato basata sulla distinzione tra NOI e LORO. Il gruppo ristretto diventa così il luogo della verità e della purezza, mentre l’esterno viene percepito come minaccia, corruzione e interferenza illegittima.
Quando entrano in gioco i minori, tuttavia, l’analisi non può limitarsi al piano delle convinzioni degli adulti. La psicologia dello sviluppo evidenzia come la crescita equilibrata richieda pluralità di stimoli, relazioni e contesti. L’isolamento sociale prolungato può quindi essere interpretato dalle istituzioni non come una scelta culturale alternativa, ma come un potenziale fattore di rischio evolutivo. E questo è accaduto.
Ed è proprio in questo punto che diritto e psicologia criminale si incontrano. L’intervento giudiziario, almeno nelle sue intenzioni dichiarate, non mira a punire una scelta di vita non convenzionale, ma a verificare se tale scelta produca effetti lesivi sullo sviluppo relazionale dei minori.
L’ordinanza cautelare appare dunque più vicina a una misura di osservazione e tutela che a una sanzione.
Ovvio, sui social tutti si scateneranno in una cieca e strenua difesa della famigliola sorridente del bosco. Ma quello è un quadretto che non corrisponde alla verità.
Mentre un ulteriore elemento riguarda la cosiddetta fortress mentality (mentalità da fortezza assediata), ben documentata negli studi su comunità isolate o gruppi ideologicamente compatti. Perché quando una famiglia percepisce le istituzioni come persecutorie o intrusive, ogni intervento esterno può rafforzare la convinzione di essere vittime di un sistema ostile, consolidando così ulteriormente la chiusura del gruppo.
In queste situazioni il rischio principale non è tanto la scelta originaria, cioè vivere nel bosco, praticare l’istruzione parentale o rifiutare modelli consumistici, quanto l’escalation di sfiducia reciproca tra famiglia e istituzioni. La dinamica conflittuale tende infatti a irrigidire entrambe le parti. Purtroppo questo è inevitabile.
Parallelamente il dibattito pubblico ha ormai assunto i tratti tipici delle polarizzazioni contemporanee. Il confronto non si sviluppa più sul piano dell’analisi dei fatti ma su quello dello scontro simbolico tra visioni del mondo opposte, cioè libertà radicale contro tutela istituzionale, natura contro società e autonomia familiare contro intervento dello Stato.
In questo contesto la stampa spesso contribuisce, consapevolmente o meno, a semplificare e spettacolarizzare la vicenda, mentre la politica trova terreno fertile per strumentalizzazioni ideologiche. Il risultato è una narrazione pubblica sempre più distante dalla complessità reale del caso.
I social network amplificano ulteriormente ed esponenzialmente questa dinamica. Ma è chiaro che la gran parte dei commenti che circolano online proviene da soggetti che non conoscono gli atti, non hanno accesso alle perizie e spesso ignorano i dettagli fattuali della vicenda. Si tratta quindi di reazioni emotive, guidate più dall’intuizione morale o dall’identificazione ideologica che da un’analisi informata.
In termini di psicologia sociale questo fenomeno è noto. Poiché quando l’informazione è incompleta, le persone tendono a colmare i vuoti narrativi con schemi cognitivi preesistenti. Chi diffida dello Stato vede nella vicenda un abuso istituzionale. Chi teme l’isolamento educativo interpreta la famiglia come una minaccia per i figli. Non ci sono vie di mezzo.
Tuttavia, da un punto di vista scientifico, il quadro resta inevitabilmente incompleto. Senza l’accesso diretto alle valutazioni cliniche, alle relazioni dei servizi sociali e agli atti giudiziari, ogni interpretazione deve mantenere un margine significativo di cautela.
Per questo motivo, l’unico approccio intellettualmente onesto consiste nel sospendere il giudizio definitivo e osservare il caso come un laboratorio di dinamiche psicologiche, sociali e giuridiche in interazione.
La psicologia criminale non serve a costruire colpevoli simbolici, ma a comprendere come sistemi di credenze, relazioni familiari e contesti sociali possano entrare in tensione con le strutture normative di una società complessa.
Il caso di Palmoli, in definitiva, non è soltanto una vicenda familiare o giudiziaria, ma uno specchio delle fragilità cognitive e comunicative della nostra epoca, ovverosia un tempo in cui l’analisi è sostituita dalla tifoseria, il dubbio dalla certezza ideologica e la complessità dalla semplificazione emotiva.
Proprio per questo, prima di decidere da quale parte stare, sarebbe opportuno compiere un gesto oggi sempre più raro, cioè informarsi davvero. Leggere gli atti quando possibile, distinguere i fatti dalle narrazioni, sospendere il giudizio finché il quadro non è chiaro. La maturità civile di una società si misura anche da questo: dalla capacità di resistere alla tentazione della tifoseria e di esercitare, invece, il pensiero critico.
*Dott. Luca Losito
MASTER in Psicologia Criminale
MASTER Esperto in Criminologia e Investigazione Criminale