L'Isola blinda i suoi quasi duemila chilometri di litorale: varato il patto triennale tra la Regione e la Guardia Costiera

La gestione e la difesa del mare sardo impongono un apparato di controllo logistico che nessuna istituzione può reggere in solitaria. Con un perimetro costiero frastagliato che si estende per oltre 1.890 chilometri e si frammenta sotto la giurisdizione di settantadue diverse amministrazioni comunali, l'esecutivo regionale ha deciso di formalizzare un patto d'acciaio con le autorità marittime statali, approvando uno specifico schema di Protocollo d'intesa.

L'accordo sigla una cooperazione strutturale e operativa tra la Regione e il Comando Generale della Guardia Costiera, il corpo specialistico della Marina Militare a cui lo Stato affida in via primaria i poteri di polizia marittima, la sicurezza della navigazione e la vigilanza ambientale sulle coste. L'architettura amministrativa varata a Cagliari ha una durata fissata a tre anni, tacitamente rinnovabile, e nasce con una clausola di invarianza finanziaria: la ratifica del patto non grava in alcun modo sulle casse pubbliche, rimandando a futuri e specifici provvedimenti di bilancio l'eventuale copertura economica per singoli interventi mirati.

Rosanna Laconi, titolare della delega regionale alla Difesa dell'Ambiente, inquadra l'intesa come una precisa necessità strategica. Dinanzi a «uno dei patrimoni costieri più estesi e preziosi del Mediterraneo», l'esponente della Giunta sottolinea come la salvaguardia degli ecosistemi richieda lo sviluppo di un'azione coordinata per «mettere a sistema competenze, conoscenze e capacità operative». L'assunto politico è che la presenza capillare delle Capitanerie sul territorio rappresenti una risorsa indispensabile per far sì che il monitoraggio, lo scambio di informazioni sensibili e la prevenzione degli illeciti non vengano frammentati.

Il raggio d'azione del patto abbraccia di fatto l'intera economia blu dell'Isola. Le maglie dei controlli congiunti si stringeranno innanzitutto attorno alla gestione del demanio marittimo – l'insieme inalienabile di spiagge, porti, rade e specchi d'acqua di proprietà dello Stato ma gestiti localmente – estendendosi alla complessa vigilanza sulle filiere commerciali della pesca e dell'acquacoltura. La sorveglianza integrata punterà i fari anche sui fenomeni di natura geologica, istituendo un monitoraggio costante dell'erosione dei litorali e delle delicate Aree Marine Protette, senza tralasciare i presìdi di sicurezza legati al traffico diportistico e alle attività balneari durante l'alta stagione.

Per trasformare questa cornice istituzionale in posti di blocco, motovedette in mare e ispezioni portuali, le direttive generali dovranno ora confluire in un documento attuativo. Questa seconda e decisiva fase chiamerà in causa le Direzioni marittime di Cagliari e Olbia, i due centri di comando zonali incaricati di calibrare le attività ispettive e preventive in base alle specifiche criticità dei rispettivi versanti costieri. Una complessa rete di protezione che, nelle valutazioni finali dell'assessora, supera il perimetro della pura conservazione naturalistica per tramutarsi in uno scudo a garanzia della «sicurezza delle persone» e della «crescita sostenibile delle comunità costiere».

Politica