Una nota inviata alla stampa difende gli investitori della scogliera algherese e accusa i detrattori. Chi oggi protesta per la tutela del litorale ignorava gli anni dei rifiuti, dell'abbandono e del catrame.
Gianfranco Langella interviene nel dibattito sul litorale di Calabona e sull'insediamento A-Mare scagliandosi contro quello che definisce un ambientalismo a senso unico. Attraverso un comunicato diramato alle redazioni giornalistiche, l'autore della nota punta il dito contro chi oggi si erge a difensore della scogliera, accusando i detrattori di essersi mobilitati in modo del tutto improvviso e di aver ignorato per anni le reali condizioni in cui versava l'area.
Il testo demolisce la narrazione di un luogo incontaminato da preservare. Secondo la ricostruzione di Langella, il tratto costiero in questione è stato per lungo tempo abbandonato a sé stesso, trasformandosi in un grave accumulo di degrado. La memoria di chi ha vissuto e frequentato la zona fin dall'infanzia, trascorrendo le giornate tra la pesca e il mare, restituisce l'immagine di un litorale deturpato dalla presenza costante di rifiuti, sporcizia e persino catrame. Un livello di compromissione tale, si legge nella nota, che i bambini facevano rientro a casa con il timore di subire rimproveri dai genitori per il solo fatto di essersi avvicinati a quel tratto di costa.
L'intervento prosegue difendendo l'operato della società che ha bonificato la zona. Langella sostiene che l'area sia stata finalmente pulita e resa fruibile esclusivamente grazie al coraggio, alla visione e alle risorse economiche di chi ha scelto di investirvi, agendo nel momento in cui altri voltavano lo sguardo altrove. Pur ammettendo la totale legittimità di eventuali discussioni riguardanti le procedure autorizzative, le modalità operative e le scelte progettuali, l'autore reputa falso e pretestuoso trasformare in un nemico dell'ambiente chi si rende protagonista di un tentativo concreto di riqualificazione.
La critica si stringe in ultimo sull'atteggiamento di chi oggi alimenta le proteste. Langella contesta le accuse sui presunti danni irreversibili, bollandole come argomentazioni basate sul sentito dire e portate avanti da chi non ha mai vissuto direttamente quel luogo. Il problema centrale non sarebbe l'ambiente, ma un ambientalismo di facciata che si limita all'indignazione a parole, senza mai sporcarsi le mani per il bene pubblico. La chiosa del documento fissa una netta distinzione concettuale: difendere il territorio non equivale a condannarlo all'abbandono, ma significa prendersene cura, investirvi e renderlo vivibile, un'operazione che, piaccia o no, a Calabona è stata tentata.