Cagliari, Palazzo Regio. Primo Maggio. Anche quest’anno, puntuale come l’ipocrisia, va in scena la liturgia laica del potere. Le "Stelle al Merito". Un pezzo di metallo appuntato sul petto di chi, in questa terra scorticata dal sole e dalle chiacchiere, ha avuto l'ostinazione di tirare la carretta per una vita intera, reggendo le sorti di un'isola che annega nella retorica.
Nel salone della Prefettura ci sono tutti. Autorità civili, vertici militari, colletti bianchi. E c’è la Presidente della Regione, Alessandra Todde. Si annota l'eterna sinfonia dei buoni propositi che piove dall'alto su un popolo di rassegnati.
Si parla di Costituzione. Di riflessione collettiva. Di diritti affermati e diritti negati. Poi, l'orazione cala l'asso della solennità istituzionale: «Il lavoro non è soltanto una dimensione dell’economia. È una questione che riguarda la qualità della nostra democrazia e la forma della nostra convivenza civile».
Convivenza civile. Qualità della democrazia. Ma di quale democrazia state parlando? Di quella dei ragazzi sardi in fila all'aeroporto di Elmas con un biglietto di sola andata per Berlino o Milano? Di quella dei precari tenuti al guinzaglio, che una Stella al Merito non se la vedranno mai consegnare perché non avranno mai la decenza di un impiego fisso da onorare? Perché vedete, è maledettamente comodo tessere gli elogi del lavoro stabile da un podio istituzionale, quando fuori dalle finestre di quel palazzo si consuma, nel silenzio, la desertificazione di una regione.
Ma l'assoluzione è sempre a portata di mano. L'alibi perfetto della Sardegna: l'insularità. Il mare come scusa per tutto. Sentite come viene apparecchiata la giustificazione: «Le distanze non sono un elemento neutro. Incidono sulla mobilità, sulle possibilità di costruire un percorso stabile, sulla scelta stessa di restare nella propria terra».
No, le distanze non sono neutre. Certo che non lo sono. Ma non prendiamoci in giro. Non è il Tirreno a scacciare i figli di questa terra. Non è l'acqua salata a sfasciare i trasporti interni, a paralizzare lo sviluppo, a trasformare l'isola in un parco giochi estivo per continentali facoltosi in vacanza. Per quanti decenni ancora useremo la geografia come paravento per giustificare i fallimenti di chi governa?
Verso la fine, il sussulto. Il monito. L'apparente assunzione di colpa di una politica che promette di curare i mali che ha generato: «Il diritto al lavoro implica una responsabilità concreta da parte delle istituzioni».
Responsabilità concreta. Oggi, di concreto, in quella sala c'erano soltanto le medaglie. Il resto sono parole. E le parole, in Sardegna, se le porta via il maestrale.