Venti famiglie restano senza stipendio mentre la giustizia penale azzera i permessi concessi da diciannove enti pubblici. Lo scontro tra l'impresa, le barricate ambientaliste e la politica pronta a tagliare i nastri a seconda della convenienza.
La stagione balneare del 2026 ad Alghero si apre con un cancello sbarrato e oltre venti lavoratori stagionali lasciati a casa. Il Beach Club A-Mare non aprirà i battenti, piegato in via definitiva da un'ordinanza del Tribunale del Riesame che ha confermato il sequestro dell'area di Calabona. È l'epilogo tangibile di un cortocircuito tipicamente italiano, dove il diritto di fare impresa finisce stritolato in una morsa in cui le autorizzazioni dello Stato non bastano a proteggere dal codice penale e le ideologie si sciolgono al sole della convenienza politica.
Da una parte della barricata c'è la Società dei Bagni del Corallo, che ha tentato di trasformare un lembo di costa abbandonato in uno stabilimento di lusso, impreziosito dalle installazioni dell'artista Antonio Marras. L'imprenditore, in questo Paese, è tenuto a scalare montagne di carta: la società lo ha fatto, sedendosi ai tavoli delle conferenze di servizi, le riunioni dove i vari uffici della burocrazia devono trovare una sintesi, e incassando il parere favorevole di ben diciannove enti. La Regione ha firmato le concessioni demaniali, il Comune ha certificato la regolarità urbanistica delle pedane in legno, tutte dichiarate smontabili e precarie. Eppure, la regolarità amministrativa si è schiantata contro l'intervento della magistratura, dimostrando che i timbri dei ministeri non offrono alcun riparo quando scatta l'azione penale.
Dall'altra parte del fronte si ergono le associazioni ambientaliste, come Punta Giglio Libera, forti delle sentenze vergate dalla Corte di Cassazione, i giudici di ultima istanza del palazzaccio romano. La loro tesi sposta l'obiettivo dalle scartoffie alla nuda roccia. Calabona è classificata come zona H3, un'area a tutela assoluta dove la natura non dovrebbe subire alterazioni. Per i supremi giudici, e per chi difende il vincolo paesaggistico, la società non si è limitata a poggiare delle assi di legno, ma ha sbancato, livellato e sostituito l'ecosistema originario con un artificio turistico. Di fronte alla distruzione materiale della vegetazione, sentenziano gli ermellini, non c'è pezzo di carta o concessione successiva che tenga: l'abuso resta, e la forma non può sanare la ferita inferta alla sostanza dei luoghi.
In mezzo a questo scontro campale tra chi tenta di fare Pil e chi fa la guardia agli scogli, si è consumato lo spettacolo del trasformismo politico locale. Quando i lavori partirono nel 2024, gli esponenti della sinistra e i movimenti ecologisti alzarono le barricate contro la privatizzazione e lo scempio della costa. Un anno dopo, quando la struttura riuscì a riaprire temporaneamente grazie a un dissequestro, quegli stessi volti dell'amministrazione e della giunta regionale si misero in posa per tagliare il nastro rosso tra i divanetti bianchi, celebrando l'opera come un modello virtuoso di turismo e di recupero del degrado. Un'inversione a U durata lo spazio di un'estate, evaporata non appena i giudici sono tornati ad apporre i sigilli.
Oggi le pedane sono state smontate fino all'ultima vite dai titolari dell'impresa. I quasi cinquemila metri quadrati di demanio restano sotto sequestro, vuoti. Su quel tratto di litorale, un tempo restituito all'ordine e al fatturato, ricominceranno, anche se speriamo di no, ad affacciarsi i rifiuti e i bivacchi abusivi che ne caratterizzavano il passato. La battaglia proseguirà nelle aule dei tribunali, ma sulla costa di Calabona ha già vinto la vecchia logica del cane dell'ortolano: incapace di coltivare il proprio giardino, ma ferocemente determinato a impedire che lo faccia chiunque altro.